Anna Adamo, “la disabilità non è un limite”

di Adriano Rescigno

“La disabilità non è un limite, ma lo sono  gli occhi di chi ci guarda”. La storia di Anna Adamo, ventiduenne scrittrice di Scafati, alla quale fu diagnosticato di non poter mai camminare.

Invece, pur non potendo danzare con le gambe, piroetta con il cuore e penna, tra sogni di ragazza, parole d’amore, pronta a dimostrare quanto ha di più. 

Dopo la maturità classica Anna ha scelto di iscriversi alla facoltà di Giurisprudenza presso l’università degli studi di Salerno e come lei stessa spiega: “È stata una scelta dettata dal desiderio di ricevere giustizia, dal voler scoprire per quale motivo io sia condannata a vivere con una disabilità. Avevo circa due mesi, quando un medico disse a mia madre che non avrei mai camminato. Pur essendosi rivelata una previsione sbagliata, da quel giorno il mio calvario iniziò. La mia è stata una vita costituita da rinunce, in quanto, ad una persona disabile, non è permesso nulla, neanche sognare. È stata una vita costituita da troppi no. Quei no che hanno fatto sì che io rinunciassi alla mia grande passione: la danza. Ciononostante, ritengo che, sebbene mi abbiano impedito di danzare con i piedi, non potranno mai impedirmi di danzare con il cuore”.

Oltre la danza, la più grande passione di Anna è la scrittura: “Ho sempre scritto, prendendo parte e vincendo alcuni concorsi letterari. Della mia disabilità, però, non avevo mai scritto, perché me ne vergognavo, perché volevo che nessuno conoscesse questa mia debolezza. Volevo che tutti mi vedessero come la ragazza forte di sempre. Un giorno capii quanto ciò fosse sbagliato, capii che avrei dovuto fare qualcosa affinché il tasso di ignoranza con il quale le persone guardano la disabilità diminuisse. Così, decisi di scrivere “La sisabilità non è un limite”, il mio primo libro, che considero un figlio, la parte più vera di me”.

Nonostante la forza e l’esempio di Anna, purtroppo i pregiudizi che ruotano intorno al mondo della disabilità sono difficili da rompere. Lo si evince dal fatto che ci si ostini a definire le persone disabili ‘limitate, incapaci di raggiungere qualsiasi obiettivo’. Non li si mettono alla prova, ma li si escludono a prescindere.

“Personalmente, quando ero più piccola – ricorda Anna – mi sono più volte sentita dire che nonostante avessi tutte le carte in regola per svolgere una determinata attività, non sarei stata scelta, perché affetta da disabilità. Per non parlare poi del momento in cui si scopre che una persona disabile è fidanzata o sposata. Tutti increduli, pronti a dire che sarà tradita e a chiedersi come farà ad avere una vita sessuale. A tal proposito, voglio precisare che le persone normodotate non sono immuni dai tradimenti. E i disabili possono fare sesso. Ora basta, sfatiamo questi miti e mettiamo alla prova i disabili. La disabilità non è un limite. Gli occhi di chi guarda, invece, lo sono. Molte persone sono ancora dell’idea che avere una disabilità significhi essere brutti, non prendersi cura di sé, l’ho vissuto sulla mia pelle e la penso diversamente. A maltrattare ci ha già pensato il destino, perché dovrei farlo anche io? Inoltre, chi dice che le persone con disabilità non possano truccarsi e fare ciò che tutte le donne fanno? Chi dice che non possano indossare vestiti che lasciano le gambe scoperte? Io li indosso e ne vado fiera. Sì, sono fiera del mio corpo, di essermi accettata. Chi dice che le persone con disabilità non possano amare e mostrarlo a tutti? Occorre dimostrare che la disabilità non fa la persona. Che oltre quei difetti fisici c’è un essere umano capace di oltrepassare i limiti imposti dalla vita. La prima cosa da fare è smetterla di definire “speciali” le persone con disabilità. Ho sempre ritenuto che nasconda un fondo di discriminazione. Come se, attraverso il termine speciali, si voglia dire che le persone con disabilità abbiano qualcosa in meno rispetto ad altri, quindi debbano essere considerati diversi. L’unico desiderio delle persone con disabilità consiste nell’essere considerati uguali alle persone normodotate. Nell’avere le loro stesse opportunità. È questa la vera forma di inclusione”. 

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