Privatizzare o nazionalizzare

di Alessandro Rizzo

La tragedia del Morandi finisce in qualche modo per alimentare la corrente dell’attuale governo verso la nazionalizzazione delle infrastrutture.

Da giorni si parla di “revoca” della concessione ai Benetton (revoca intesa in senso generico, senza alcun riferimento specifico alla fattispecie di diritto risolutiva della convenzione) senza tuttavia indicare alcunché per il prosieguo.

L’intenzione poi è quella di procedere ad un nuovo affidamento o alla gestione diretta? L’affermazione del governo, sorvolando sullo scivolone del proclama di una misura sanzionatoria prima ancora di compiere qualsivoglia accertamento in ordine alle responsabilità, è quanto meno monca.

Un po’ come affermare di voler uscire di casa senza sapere però dove andare.
Mi pare evidente, infatti, che sarebbe del tutto inutile decidere la nazionalizzazione di un tronco di strada se non nel contesto di un largo piano di avocazione a sé, da parte dello Stato, dell’intera dotazione infrastrutturale strategica.

Il tema è quanto mai contemporaneo, viste le aspre critiche che in questi giorni il popolo dei social network muove al piano di Romano Prodi, che poi un piano vero e proprio non era, prima, e alle scelte compiute da tutti i governi (in special modo a quelli di centrosinistra, chissà perché poi, visto che le privatizzazioni sono state portate avanti anche da Berlusconi) venuti dopo.

Allo stato attuale il dibattito su se sia meglio privatizzare o nazionalizzare è meramente teoretico, assurge quasi ad esercizio di filosofia politica. La verità è che non si può optare per l’una o l’altra delle soluzioni, a meno di una motivazione liberista interiore, se prima non si prova ad immaginare un piano completo delle dismissioni.

Ma poi privatizzare cosa? Perché una cosa sono le aziende statali, altra cosa sono le infrastrutture. La mancanza di un piano serio, in un senso o nell’altro, è un difetto rischiosissimo e ce lo insegna la privatizzazione di Telecom, che di fatto non si è mai conclusa proprio perché a metà percorso ci si è accorti che vendendo l’azienda ai privati si sarebbe finito per cedere anche l’infrastruttura di sua proprietà: i cablaggi. Strategici, nodali, vitali quasi per uno Stato. Ad insospettire, nel caso Telecom, e a far capire in tempo l’errore che si stava commettendo con la privatizzazione, l’interesse insolito di Vincent Bolloré, magari non subito chiaro a Cattaneo ma chiarissimo a Gentiloni. Tanto che dopo 20 anni dalla decisione di privatizzare Telecom, che risale al 1997, nel 2017 proprio Gentiloni nel presentare all’Ue il nuovo piano nazionale delle riforme in vista del Def di aprile, ha ripresentato i quattro assi del recupero ovvero le privatizzazioni, la concorrenza, l’efficienza della Pa e le misure fiscali di rilancio della produttività. Nel primo asse, guarda caso, poco o nulla si diceva di Telecom. In ogni caso è su questi interventi che si basa tuttora l’aggiustamento da 3,4 miliardi chiesto dalla Commissione Ue sul bilancio 2017.

Oggi il governo parla di “nazionalizzare” e lo fa partendo da un argomento molto delicato: l’Alitalia. Il problema è che lo fa senza un piano. L’errore di fondo è specchio del risultato elettorale del 4 marzo.

“Mandiamo a casa i disonesti!”, gridavano nelle piazze. E poco conta se al posto dei disonesti mettiamo al governo gli incompetenti (onesti, se non parliamo del tema scomodo dei 49 milioni della Lega finiti chissà dove).

La verità è che abbiamo finito per credere che l’alternativa sia tra i disonesti e gli incompetenti, rassegnandosi a considerare un’utopia un governo di onesti competenti.

Intanto il Def 2018 è fermo al palo; il Def 2019 non è neanche nei pensieri del governo e corriamo tutti il rischio che le decisioni del Paese vengano prese dalla Ragioneria di Stato invece che dalla politica sicché il conto più salato lo pagheranno le misure relative al terzo settore e alla crescita. Statisticamente parlando, in ogni tipo di sodalizio, di organizzazione, di movimento, di corpo, in ogni partito c’è e ci sarà sempre una percentuale di onesti e di disonesti, di competenti e di incompetenti.

È dunque arrivato il momento che il Movimento 5 Stelle si organizzi per fare ciò che è stato chiamato a fare: governare una Nazione. Il ritardo è già pesante e le cose da fare sono due: scegliere e schierare persone competenti (l’onestà dovrebbe essere scontata in chiunque fosse al governo) e liberarsi del marciume che, dall’interno o da alleato, ne continuerà ad appesantire ogni tipo di iniziativa.

L’ultimo trimestre dell’anno è un periodo cruciale per la programmazione dell’anno successivo e noi di certo non meritiamo di assistere al teatrino di questa estate in cui Salvini si permette di mortificare impunemente un Presidente della Camera di indiscusso spessore.

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