L’estate “popular-populista”

di Vincenzo Benvenuto

Lungo i corridoi della prima udienza di settembre, eccoli i colleghi, ognuno anche impercettibilmente diverso da come ci eravamo lasciati.

Al rientro dalle ferie, infatti, a qualsiasi tipologia esse appartengano (a quelle vissute come jet set impone, alle altre spese tra Pontecagnano, il Lido “Colombo” e qualche puntatina a Cetara o, infine, a quelle in cui i filtri del cellulare hanno spacciato per la spiaggia di Honolulu finanche le sponde del Fusandola), ogni avvocato deve pur mostrarla, qualche parvenza di cambiamento.

All’occorrenza, è sufficiente anche un filo di barba sulle gote di chi, al solo pensiero di rinunciare all’after shave giornaliero, si sarebbe sentito inghiottire dall’horror vacui.

Quando, però, dal polsino dell’avvocato Irreggimentato la cui unica stravaganza che si conosce è quell’accenno di vertigine lì sul lato destro del capo, sgaiattola fuori un improbabile braccialetto ingolfato di conchiglie, allora la conclusione da trarre non può che essere questa: l’estate 2018 passerà alla storia come quella del trionfo dell’approccio “popolar-populista.”

C’è la politica “popolar-populista” che vuole farsi popolo azzerando i corpi intermedi per creare una sostanziale identificazione governanti-governati, così come quella che per fomentare l’idem sentire con la parte più becera di un popolo, quello italiano nella fattispecie, butta letteralmente a mare ogni anelito di appartenenza altra.

Vi è, poi, una musica “popolar-populista” che trova il suo epigono nella rapsodica Giusy Ferreri quando, in “Amore e Capoeira”, ammicca all’ascoltatore di turno con il suo “con me in una favela.” Ora, oltre alla considerazione che in nome di una rima più o meno riuscita, non si dovrebbe banalizzare la povertà di chi, in quelle favelas, è costretto a viverci, faccio timidamente notare alla Giuseppina nazionale che, se nella favela suddetta ci va vestita come suo solito, dubito che possa essere riconosciuta come usignolo canterino. Ma queste, si sa, sono sottigliezze da parrucconi radical- chic, di quelle prima dell’avvento del nuovo corso.

Infine, e veniamo al vaso di Pandora da cui è uscita fuori questa bislacca considerazione, vi è l’approccio “popolar-populista” di Chiara Ferragni, fresca sposa, a cui è bastato indossare un braccialetto semplice semplice costellato di conchiglie per lanciare una moda che è arrivata fino al collega Irreggimentato di cui sopra.

E bene ha fatto la fashion blogger a utilizzare le conchiglie come cassa di risonanza del suo ego. La conchiglia, infatti, è un oggetto che più “popolar-populista” non ce n’è: è alla portata di tutti, in quanto struttura scheletrica si richiama alle origini della stirpe italica, si trova su qualsiasi spiaggia molto più frequentemente, per esempio, degli ossi di seppia eternati da Montale.

Basta, quindi, unire un filotto di conchiglie con uno spago, magari di colore lisergico, e il gioco è fatto. Eccolo il nuovo totem dell’estate 2018, di quella dei ponti crollati per l’ottusità dei poteri forti, del reddito di cittadinanza in aggiunta alla flat tax (“avevasi un’oca a denaio e un papero giunta”) che stanno lì lì per, dei vaccini boicottati in sfregio alla cupidigia delle case farmaceutiche.

Poco importa che da quelle stesse conchiglie immolate sull’altare del “popolar-populismo”, del mare, ormai, non si riesce a sentire alcuna eco.

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