C’era una volta Mario Scelba

di Alessandro Rizzo

Mario Scelba fu ministro dell’interno dal ‘47 al ‘55 e dal ‘60 al ‘62. Fu molto discusso per la sua politica antidemocratica e fu accusato di aver violato più volte i precetti costituzionali per le sue direttive, ritenute anticomuniste, repressive del diritto di sciopero.

Solo Montanelli -e la cosa non sorprende- ed altri pochi giornalisti storici ne lodarono la politica di rafforzamento della Polizia. Gaspare Pisciotta, braccio destro del bandito Giuliano, fece il nome del ministro in riferimento alla strage di Portella della Ginestra, della quale, a suo dire, lo Stato era, se non complice, quanto meno a conoscenza.

Ciononostante l’unica legge che porta il nome di Scelba è la 645 del 1952 che qualifica come reati l’apologia del fascismo e del partito nazionale fascista.
Ebbene, Scelba non fu neanche indagato per i suoi comportamenti, ma se lo fosse stato, per i costumi dell’epoca, si sarebbe senza dubbio dimesso. 

Ora, io sono un curioso, scavo, vado indietro, penso e mi sovviene che tutto sommato “ministro” viene da “minister” che ha la stessa radice di “minus”. Forse il ministro non deve essere un maestro, che viene da “magister” e ha la stessa radice di “magis”. Eppure resto convinto che anche un “umile” ministro, essendo un’alta carica dello Stato, debba mantenere sempre un contegno esemplare, non fosse altro almeno per indicare al proprio popolo che il modello istituzionale rispetta prima di ogni altra cosa l’istituzione stessa di cui fa parte.

Io sono un garantista, ma vedere Salvini farsi beffa in diretta streaming di una parte dello Stato che egli stesso rappresenta, mi ha fatto rabbrividire. Sorseggiare una bibita di fronte ad un avviso di garanzia significa dire agli italiani che potranno fare altrettanto se dovesse capitare a loro. Quando poi siffatta ostentazione è opera del ministro dell’interno, da cui dipende la Polizia, tutto diventa ancora più inquietante.

Il Movimento 5 Stelle non dovrebbe tollerarlo. Quanto poco igienico sia siffatto atteggiamento da parte del ministro dell’interno è cosa ben nota a Beppe Grillo, il cui primo autore di battute, Stefano Benni, ebbe a dire, riguardo alla nomina di Antonio Gava a ministro dell’interno, “Gava contro la mafia è il primo esempio politico di cura omeopatica”. Il riferimento era alle vicende giudiziarie del politico campano di cui si ipotizzò il collegamento alle associazioni criminali. A Luigi Di Maio, troppo giovane per conoscere sia la vicenda sia le parole di Benni, consiglio di andarle ad approfondire e auguro di guadagnare qualche altra ottava di voce per tagliare un altro lembo di lingua al collega.
 
 
 
 

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