Diritto privato, mezzo avvocato

di Vincenzo Benvenuto

Correva l’anno 1998. Superati gli esami più attinenti ai miei “studi classici ardenti” che alla professione di avvocato, mi accingevo a sostenere diritto privato.
“Istituzioni di diritto privato!” –  mi avrebbe folgorato, per omnia saecula saeculorum, il Nostro.
Lungo i corridoi della facoltà di giurisprudenza, l’implume studente che ancora doveva passare sotto le forche caudine dell’esame di istituzioni di  diritto privato A/L, vivacchiava accartocciato nella paura ancestrale della collera del Nostro. Per chi, invece, avesse superato la tremenda prova, il futuro radioso di una vita professionale gli si schiudeva come bocciolo al primo raggio di sole.
“Diritto privato mezzo avvocato!” Ecco, per l’appunto: poiché dovevo pur legittimare la borsa di pelle regalatami dal nonno ancor prima dell’immatricolazione all’università, occorreva sostenerlo, ‘sto benedetto esame. E per farlo, era necessario seguire il corso, nonostante quello che si diceva del Nostro con il parlottare a mezza voce dei cospiratori. Cosa? Beh, tipo che dopo aver rivisto a distanza di dieci anni un suo studente, il Nostro gli avesse consigliato di farsi controllare quel neo sotto il lobo sinistro perché dieci anni prima aveva i contorni meno irregolari; che al terrorista infiltratosi tra i suoi corsisti con l’intento di far deflagrare l’intera università, bastò assistere a una sua lezione, per deporre sulla cattedra bomba ed estremismi vari e votarsi finalmente a una vita ascetica; e infine, che avendo il Nostro imposto il silenzio a un’aula insolitamente chiassosa, finanche le pagine del Trabucchi, col timore che qualcuno le leggesse e facesse così, suo malgrado, rumore, avessero intimato lo sfratto ai caratteri di stampa.
Primo giorno di corso nella leggendaria aula nr. 2. 
Il Nostro entra alle nove in punto, facendo già intendere come la pensava in fatto di puntualità.
Il suo passo è malcerto. Si aggrappa alla cattedra. La tocca da un’estremità all’altra, quasi a prenderne le misure. Ricorda vagamente il comandante di una nave che, prima di salpare, ne percorre in solitudine il perimetro per saggiarne la forza e l’affidabilità.
Inizia il viaggio tra domande “pilastro”, che lo studente non può non sapere, e tra quelle “pilastrone”, alla cui mancata o errata risposta,  non c’è appello che tenga: lo statino si autodistrugge per indegnità. Ma soprattutto, comincia il viaggio lungo sei mesi di una navigazione in mare aperto, perigliosa e affascinante insieme, sulla rotta di un eclettismo capace di far impallidire il buon Cicerone: si parte dal diritto per arrivare alla geografia astronomica, dopo una puntatina alla filosofia e alla letteratura (è il Nostro che mi parla per la prima volta di Andrea Camilleri e del suo Montalbano), per poi ritornare nuovamente nei lidi confortevoli del diritto. 
In uno di questi voli pindarici, la domanda che impone di uscire allo scoperto: “Antipiretico…sì, ma chi conosce l’etimologia di questo termine?”
Pausa di quattro quarti.
Con l’incoscienza dei miei vent’anni, alzo il dito: “Dal greco, letteralmente contro il fuoco, quindi contro l’infiammazione.”
L’occhio del Nostro diventa rapace. 
Dopo aver chiesto e ottenuto il mio cognome: “Cerchi di non cambiare troppo look e posto nell’aula per la durata del corso”. – si raccomanda: la sua portentosa memoria, infatti, dovrà avvalersi di un minimo di collaborazione da parte di ognuno di noi per consentirgli una valutazione quanto più giusta possibile.
Eccolo, in definitiva, il mio piccolo ricordo del Prof. Vincenzo Buonocore, al netto delle esagerazioni iniziali e di qualche forzatura di cui mi scuso in anticipo; di un uomo, cioè, con una cultura invidiabile e con un’umanità a tratti spigolosa, ma pur sempre profonda e vivida.
Caro Prof, dalla distanza siderale che intercorre tra le nostre dimensioni e da una diversa sensibilità politica, La prego di credermi: se anche fossi stato bocciato per aver toppato una delle Sue proverbiali domande pilastrone, ebbene, mai bocciatura sarebbe stata meglio incassata. 
Grazie.

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