La sanità che non funziona: mancano strutture e personale

di Vittorio Cicalese

Non si può nascondere la testa sotto la sabbia, o meglio non ci si può cullare sui lati positivi – relativamente pochi – su una situazione sicuramente non felice della sanità pubblica. È scontato partire dalla considerazione più giusta: i Lea (livelli essenziali di assistenza) previsti non sono facili da rispettare per un territorio come la Campania, che vive in condizioni di precarietà ufficiale – ma le ragioni ufficiose sono altre – e dunque non ha la possibilità di garantire in tutti i plessi le medesime condizioni.

Partiamo dai plessi, appunto: fatiscenti nella forma e spesso, purtroppo, anche nella sostanza. Se ci avviciniamo al plesso “Fucito” di Mercato San Severino troveremo, ad esempio, una situazione di potenziale ed effettivo disordine sin dal Pronto Soccorso, dislocato più volte negli ultimi anni, favorendo una situazione di accoglienza assolutamente precaria rispetto all’effettiva capienza che la struttura dovrebbe garantire.

Discorso simile per l’ospedale “Costa d’Amalfi” di Castiglione di Ravello, annesso dal 2011 all’Azienda Ospedaliera Universitaria facente riferimento al “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno ma, nei fatti, avente funzioni limitatissime: a denunciarlo spesso e (mal)volentieri sono proprio i medici ed i sindacati in servizio presso la struttura, non adeguata a servire l’intera Costiera Amalfitana e poco fruibile per servizi di emergenza (oltre ad essere palesemente poco facile da raggiungere, c’è da dire che la distanza tra il plesso principale – il “Ruggi”, appunto – ed il “Costa d’Amalfi” non consentono di offrire un servizio complessivo che sia accettabile, in particolare nei casi di emergenza che richiedono necessariamente uno spostamento presso il plesso principale poiché la struttura non ha né mezzi tecnici né personale a disposizione per intervenire in modo adeguato). Criticità strutturali anche per il presidio ospedaliero di Cava de’ Tirreni, che vive sempre più profondamente il disagio della sua permanenza in una struttura inadatta.

Se la prima analisi su alcune delle criticità relative alle strutture – intese come mero scheletro – non dovesse essere sufficiente, basterà passare alla composizione degli “interni”: il “filo rosso” che, romanticamente, dovrebbe legare due cuori destinati a non perdersi mai, in questo caso sarebbe il filo elettrico scoperto che fa da complemento d’arredo in quasi tutti i reparti di quasi tutti i plessi.

Più facile trovare un ago in un pagliaio che un reparto senza fili scoperti, insomma, ma non ci si ferma qui: tra impianti di condizionamento dell’aria – ove presenti, per i più fortunati – che non producono alcun tipo di beneficio ai degenti nei reparti poiché non attivabili o, in altri casi, attivi ma non funzionanti – proprio per non creare differenze di trattamento tra chi vede e duole e chi non vede nemmeno le sagome di questi impianti – come spesso denunciato proprio dal personale sanitario presente nei vari reparti. Le richieste di intervento per la risoluzione dei problemi strutturali interni, quantomeno per garantire un servizio di base più fluido ed efficace, sono spesso inviate a destinatari che hanno la casella di posta elettronica invasa da richieste inadempiute per possibilità economica o per mancanza di personale autorizzato agli interventi nei reparti. 

Passiamo ai macchinari: la lotta è in questo caso tra i troppo vecchi ed i mai utilizzati, partendo dai dispositivi medici più frequentemente utilizzati fino a quelli che non hanno mai visto realmente la luce. Su tutti, sicuramente interessante è lo “sviluppo” della tessera sanitaria in Campania, ad oggi utilizzabile per il codice fiscale o per acquistare le sigarette presso i rivenditori automatici: il microchip inserito all’interno della tessera non fornisce, rispetto a quanto avviene altrove, dati diagnostici provenienti dai medici di Medicina Generale o dai ricoveri presso altre strutture per i più variegati motivi. Eppure, i dispositivi elettronici per il caricamento dei dati sono stati acquistati ben due volte ma mai messi a disposizione del personale addetto.

Ultimo elemento, relativo al personale mancante: da un lato il perenne disagio della mancanza di personale – come spesso denunciato soprattutto dai nosocomi di Cava de’ Tirreni e Vallo della Lucania – e dall’altra parte la necessità di rincorrere nuove figure professionali che possano garantire presenza senza particolari appesantimenti di bilancio. Gli operatori sociosanitari, sempre più richiesti nei bandi pubblici, si sprecano: il personale infermieristico presente in graduatorie da scalare infinitamente, dopo aver superato un test per l’ingresso in facoltà a numero chiuso (proprio come gli studenti di medicina, ndr), “ringraziano”. L’essere inseriti nel circuito ospedaliero universitario, dunque, quali benefici porta alle nuove leve della sanità? Ai concorsi l’ardua sentenza.
 

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