Menichini: «Salernitana-Benevento fu la gara della svolta»

di Matteo Maiorano

Se pensate che lo spogliatoio granata prima di Salernitana-Benevento del 2014 fosse lo stesso di “Ogni maledetta domenica” vi sbagliate di grosso. Menichini, quella partita, non parlò con i calciatori, fermandosi di lì a pochi metri dando soltanto le semplici indicazioni tattiche. Da allora, sono passati 4 anni ma l’impresa di quella squadra guidata da “Menico” è rimasta negli annali del calcio granata. Oggi Menichini non siede più su quella panchina ma, quella squadra, che ottenne il record di punti della storia granata, la ricorda come fosse ieri.

Si aspettava la chiamata del patron Lotito?

«Sicuramente fu una gradita sorpresa. Dapprima Fabiani poi Lotito mi cercarono per sondare la mia disponibilità a sedere sulla panchina granata. Mi dissero che avrebbero allestito una squadra forte ed altamente competitiva per essere protagonisti, che si sarebbe lottato per vincere il campionato. A Salerno non si può non lottare per vincere, non si possono fare campionati anonimi, bisogna puntare sempre al massimo».

Quanto incise non fare il ritiro con la squadra?

«Subentrai a Somma, è vero. Com’è vero che non svolsi il ritiro. Ma dalla prima all’ultima giornata la squadra l’ho allenata ed impostata a mia immagine e somiglianza. Non svolgere il ritiro non ritengo sia stato un grosso problema. L’importante è stato avere la possibilità di pescare ancora qualche buon giocatore dal mercato. Sono arrivati Calil, Favasuli, Bovo e Negro, pezzi da novanta. Tutti determinanti, erano giocatori in cui credevo. Negli ultimi giorni abbiamo completato una rosa che poi si è dimostrata la più forte del torneo. Due-tre settimane di ritiro non incidono così particolarmente. Tant’è vero che abbiamo poi vinto il lungo testa a testa con il Benevento».

La differenza tra Menichini calciatore e allenatore?

«Cambia molto, da calciatore sei tu che vai in campo e decidi tu con le tue prestazioni. Dalla panchina ci sono altre dinamiche, altre situazioni che si vanno a creare. Sono due mestieri totalmente diversi».

Chi l’ha colpita, chi era il leader di quel gruppo?

«Pestrin svolse un ruolo fondamentale, fece infatti da chioccia ai più giovani, da scudo verso l’esterno del gruppo; ma non vorrei togliere meriti a nessuno, tutti sono stati determinanti. Ci trovavamo a competere in un campionato molto arduo, c’erano corazzate come il Benevento, il Foggia, la Casertana e la Juve Stabia. Siamo stati i più in gamba alla fine».

Com’era l’ambiente nello spogliatoio?

«Regnava la massima tranquillità, tutti gli spogliatoi sono così quando si vince. Anche quando non si vinceva i ragazzi mantenevano la calma, nonostante avvertissero la pressione. C’era un obiettivo importante che era chiaro fin dall’inizio. Nessuno si trovava lì per caso, eravamo tutti lì per vincere».

La partita della svolta?

«Sicuramente quella in casa contro il Benevento. Era la partita dell’anno, scontro diretto per sorpassarli in classifica. Abbiamo vinto con merito e ci siamo presi la testa del campionato. Prima di entrare in campo ho preferito non caricare eccessivamente l’ambiente, l’Arechi era un catino infernale ed ho proferito poche parole prima di entrare in campo. Ci giocavamo la stagione. Sono partite dove c’è da fare chiarezza solo in merito a quello che c’è da fare in campo, al lavoro sul terreno di gioco delle componenti».

La ricetta per vincere a Salerno?

«È necessario avere una squadra competitiva, perché gli allenatori, come dice qualcuno, possono essere anche bravi ma in campo scendono i calciatori. Inoltre la fortuna è un fattore importante, il calcio è un gioco».

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