C’era una volta… una città chiamata Salerno

di Gino Liguori

Il mio amico Riccardo Capasso, bravo fotografo, mi ha regalato le due immagini che accompagnano queste poche righe. Due foto di Salerno certamente suggestive, ma molto distanti nel tempo.

In una c’è il glorioso Jolly Hotel e non c’è ancora il grande porto commerciale. Nell’altra si notano appena sul lato, ma sono fondamentali per capire che siamo ai giorni nostri, i gradini di cemento che hanno trasformato l’antica spiaggia di Santa Teresa in un anfiteatro sul mare.

Salerno oggi S. Teresa

Io ho i miei anni, ed è quasi naturale che preferisca la foto della Salerno che fu. Mi ricordo di tante cose, luoghi, persone, giornate belle e fatti importanti. Oggi non vi nascondo che mi sento sempre più spaesato. Non capisco se sono io che sono stato lento o i cambiamenti a essere troppo veloci, ma mi pare che questo mondo moderno a noi anziani un po’ ci rifiuti. Se torno indietro con la memoria, ricordo che in fondo anche mio padre e mio nonno avevano una certa nostalgia della città della loro giovinezza, ma non mi pare avessero questo “senso di esclusione”. Sarà la tecnologia, sarà la velocità che ormai ci travolge tutti… Non lo so.

Oggi non vi nascondo che mi sento sempre più spaesato. Non capisco se sono io che sono stato lento o i cambiamenti a essere troppo veloci, ma mi pare che questo mondo moderno a noi anziani un po’ ci rifiuti. Se torno indietro con la memoria, ricordo che in fondo anche mio padre e mio nonno avevano una certa nostalgia della città della loro giovinezza, ma non mi pare avessero questo “senso di esclusione”. Sarà la tecnologia, sarà la velocità che ormai ci travolge tutti… Non lo so.

So, invece, quello che della “mia” città vorrei raccontare ai giovani. Non per convincerli per forza che ai miei tempi si stava meglio, ma perché, semplicemente, ascoltino un racconto diverso da quello che spesso sento fare proprio sui miei anni. Infatti, la cosa che mi fa davvero arrabbiare è sentirmi dire da uno di trent’anni: “Eh, ma lei non sa in che stato era Salerno!”. Perché questa è la tipica risposta che ti senti dare quando fai una critica all’amministrazione cittadina degli ultimi trent’anni: lei non sa com’era…

Come sarebbe che non so com’era? Io c’ero, caro giovanotto, e tu no. Dunque, come la mettiamo? Per esempio, guarda la foto con il Jolly hotel: nel giardino davanti l’albergo c’erano dei sedili e tavoli in pietra dove gli anziani si riunivano a giocare a carte. Interminabili partite che erano appuntamento fisso per molti, un modo semplice di passare le giornate insieme. Chi aveva costruito quei giardini, aveva quindi pensato a un punto di aggregazione. Oggi, quando vai nello stesso giardino, gli anziani che giocano a carte ci sono ancora, ma tavolino e sedie se li portano da casa. Nessuno ha pensato a loro, non ostante la loro fosse ormai una presenza caratteristica del luogo.

Vedi, mio caro ragazzo, è un esempio veramente piccolo, ma vuol dire che qualcuno considera che possano esistere luoghi di vita che non siano legati ai tavolini di bar, al commercio, al danaro. Riesci a capirlo?

Guardo sempre la stessa foto e ritrovo la cura di quei giardini, la pulizia dei passeggi, e allora mi ricordo della compostezza delle persone, della buona educazione di tutti, del piacere di vivere la nostra città, piccola, linda, graziosa; dove la gente veniva a villeggiare semplicemente perché c’era il mare, un bel mare e belle spiagge, e non perché si organizzavano manifestazioni faraoniche o si costruivano strani cubi di cemento.

E poi mi viene in mente un altro periodo molto vivo e divertente: gli anni ’70, quando la città crebbe culturalmente, grazie anche all’Università e ai suoi bravi docenti, e tanti personaggi di altissimo livello passarono a Salerno, livello che, mi spiace dirtelo, qui non arriva più.

E sai cosa aveva la città confusionaria di quegli anni? Era come una continua festa. Sì. Con tutti i suoi difetti, le storture, certi lassismi, alcuni quartieri tralasciati colpevolmente, con le auto che invadevano corso Vittorio Emanuele, parcheggiavano in Piazza Malta e la domenica invadevano la zona dello Stadio Vestuti perché c’era la Salernitana da guardare anche da palazzi e balconi… con tutti i suoi difetti, quella città era divertente, era allegra, era una pazza festa continuata.

È appena trascorso San Matteo. A quell’epoca, la festa era di tutta una città che si fermava, fino a Pastena, fino a Mercatello. Bancarelle, luminarie, processioni, fuochi. Oggi pare sia un affare del centro storico e basta, e pure parecchio triste.

Non voglio nemmeno più ripetere che la città è sporca, disorganizzata, che la sua regola attuale è l’anarchia totale, l’ho scritto tante volte e a nessuno pare più interessare, soprattutto all’Amministrazione che ha causato questo stravolgimento, questa indiscutibile perdita di identità per una città che non è più né carne né pesce, né la piccola e linda cittadina di provincia semplice e graziosa, né la grande città europea che raccontavano sarebbe diventata. Potrei continuare per ore a spiegarti come sono cambiate le cose, ma tanto tu non mi ascolteresti.

Va tutto bene, non ti preoccupare, ognuno di noi vive la sua epoca come preferisce. La sola cosa di cui ti prego quando faccio una critica è: non dirmi che io non so com’era la città. Io c’ero, tu no. E questo è indiscutibile quanto la perdita di identità di una città che mi dicono si chiami ancora Salerno.

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