Carrus: «A un passo dalla B tra difficoltà, gioie e amarezza»

di Matteo Maiorano

Sabato la Salernitana incrocerà sul suo cammino Andrea Mandorlini e la mente torna inevitabilmente indietro di sette anni. L’attuale guida tecnica della Cremonese fu infatti autore della doppia promozione del Verona dalla C alla A. La prima di esse a discapito della Salernitana. Di quella stagione, ed in particolare della finale giocata all’Arechi, ricorda tutto Davide Carrus. L’ex centrocampista granata occupa uno spazio speciale nel cuore dei tifosi.

Il calciatore, 40 primavere a marzo, fu infatti tra gli artefici del quasi miracolo sportivo del 2011. Quell’anno, infatti, un gruppo composto da diversi giocatori di prospettiva interessanti e qualche senatore, guidati dall’eterna bandiera Roberto Breda, arrivò ad un passo dalla serie B, fermandosi ad un solo gol da quello che, a livello nazionale, quell’anno, sarebbe stato riconosciuto come miracolo sportivo.

Sono passati 7 anni da allora ma l’affetto della tifoseria per quella squadra è rimasto immutato. Dalla chiamata dell’allora direttore sportivo Nicola Salerno fino alle lacrime della finale play-off, Davide Carrus si racconta a tutto campo.

Si aspettava la chiamata del direttore Nicola Salerno?

«Salerno rappresenta per me un punto di arrivo. Sapevo che il direttore sportivo aveva stima di me, mi conosceva anche se ci eravamo incrociati soltanto da avversari. Io ero svincolato, era da pochi mesi fallito il Mantova. Era un po’ che ci tenevamo in contatto e così, pian piano, mi ha convinto. Aspettavo lui ma già da tempo sapevo che Salerno sarebbe stata la mia destinazione. La trattativa è stata lunga, ma fin da subito si era creato un clima abbastanza positivo».

Che spogliatoio trovò al suo arrivo Carrus?

«C’erano giocatori di categoria superiore che poi hanno dimostrato il loro valore nel tempo. Ricordo Ragusa, Litteri, ma anche senatori come Peccarisi. Il clima iniziale era buono, poi ci sono stati un paio di mesi dove le cose non giravano per il verso giusto. Quando non arrivano i risultati qualcosa si rompe».

Che aria tirava in quel periodo?

«Eravamo a conoscenza di problemi societari importanti, se poi leghi questo ad altri fattori come ad esempio i risultati sul campo ed altre vicende… A Gennaio capimmo che l’unica strada percorribile per un percorso coerente era la promozione, la società era quella che era, non avevamo nessun riferimento al di fuori del direttore sportivo Salerno, l’unico che ci tranquillizzava. Il direttore ci spiegò la situazione: con lui ci sedemmo e facemmo fronte comune. Alla fine riuscimmo ad ottenere un grande risultato: l’apprezzamento della piazza. Ritengo che a distanza di anni è ancora forte nei confronti di quel gruppo».

Cos’è mancato per la promozione in B?

«Nella partita di andata della finale play-off ci siamo giocati la qualificazione, perdendo 2-0. Non avevamo una società forte e questo alimentava i sospetti. I due rigori contro, i diffidati… fu una situazione strana».

Come avete vissuto la settimana di avvicinamento alla partita di ritorno?

«Ci tenevamo tantissimo a fare bene. Eravamo consapevoli della posta in palio. Vincere avrebbe rappresentato l’occasione per cambiare la storia, salvare il salvabile. Si era creato un tutt’uno con i tifosi, con la piazza. Breda è stato fondamentale da questo punto di vista per aver amalgamato il gruppo, ci ha fatto capire cosa volesse dire giocare a Salerno. Lui avendo giocato ci ha messo nelle condizioni ideali per capire la situazione».

Quanto pesò il pallone del rigore della gara di ritorno?

«Abbastanza. Fu una bella emozione. Chi calcia dagli undici metri dev’essere sempre pronto. Era un rigore fondamentale, calciato negli ultimi minuti della prima frazione. Segnando quello si aprivano altri scenari, la ripresa attaccavi sotto la curva e sicuramente le occasioni si sarebbero create. Infatti ricordo due-tre azioni molto interessanti: quelle propiziate da Ragusa, il tiro di Fabinho respinto da Rafael. Nel calcio si sa che le cose non girano sempre nel verso che vorresti».

Oggi la storia è cambiata…

«Adesso la Salernitana è in mani sicure, la società è solida. Avendo basi solide è anche più facile raccogliere i frutti del lavoro. Non a caso la B può adesso rappresentare un trampolino di lancio».

La Salernitana sabato incontrerà nuovamente Mandorlini a distanza di otto anni… cosa ricordi di quanto successo in quell’infuocato post partita?

«Non fu molto educato in quelle circostanze. Sia prima che dopo la partita fece uscite poco carine sulla Salernitana ed il sud in generale. Credo abbia capito gli errori fatti. C’era molta rabbia tra di noi, ma non ne era lui la causa. Avevamo perso una grandissima occasione, purtroppo era andata male. Ricordo di aver pianto come non mai, i miei compagni erano davvero distrutti, regnava una tristezza infinita. Fabinho, Ragusa, Jefferson, Caglioni, tutti affranti con il volto ricoperto di lacrime. Fu un’atmosfera che poche volte ritrovi in carriera, lo stadio era una cosa incredibile, non volevamo deludere nessuno ma abbiamo dato il massimo. L’unico rimpianto è stata la partita d’andata. Sono felice che sia stato riconosciuto il nostro lavoro».

Davide oggi calca ancora i campi da calcio?

«Si, gioco ancora anche se questa per me è l’ultima stagione, poi appenderò le scarpette al chiodo. Sono tesserato presso il Castiadas, in serie D. Mi trovo bene, essendo ritornato praticamente nella mia terra».

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