Grazia, nove anni col carnefice

di Erika Noschese

«Perché 9 anni? Perché avevo paura di morire». Inizia così il racconto di Grazia Biondi, la donna – originaria di un piccolo paese della Calabria – vittima della violenza di suo marito. Quella di Grazia è stata una vita di dolore, di botte, di segregazioni, di minacce di morte. Ha atteso ben 9 anni prima di denunciare quell’uomo che sembrava perfetto e di cui si era innamorata. E lo ha fatto perché dopo aver tentato di liberarsi di quel marito trasformatosi in mostro, ha trovato nella giustizia un secondo aguzzino.

Dopo quasi un decennio di violenza fisica, psicologica ed economica, Grazia Biondi ha dovuto condurre una battaglia contro la prescrizione del reato e ha dovuto poi ascoltare la pronuncia di una sentenza che è sì di condanna ma che sa tanto di beffa. Dieci mesi di reclusione (con pena sospesa) quelli inflitti dalla giudice Gerardina Romaniello all’ex marito della donna, contro i 3 anni richiesti dal pubblico ministero.

Nel dispositivo contenente le motivazioni della decisione di primo grado, infatti, si parla di una violenza che «appare anche causata da forti incompatibilità caratteriali», quasi giustificata da quello che è stato considerato un “alto tenore” di vita che avrebbe alleggerito le sofferenze di Grazia Biondi, rendendo «la condizione di affiliazione della parte offesa meno drammatica».

Insomma, per lei delle due l’una: tornare da chi conosceva o mettersi nelle mani di mostri sconosciuti. Grazia Biondi, una vita di sofferenze.

Cosa è accaduto con il suo ex marito?

«È accaduto ciò che accade un po’ a tutte le donne: si pensa di incontrare la persona giusta, quella con cui condividere parte della vita, non solo affettiva ma anche lavorativa perché noi poi lavoravamo assieme; sembrava la scelta giusta quando poi, a distanza di tempo, mi sono ritrovata con qualcuno che non era colui che avevo conosciuto. Qualcuno mi ha sempre chiesto come si fa a non accorgersi della violenza, a non dire subito “basta”. Ecco, credo che noi donne non sappiamo riconoscere la violenza psicologica, che è la porta di quella fisica perché ti rode; è la goccia che scava la roccia. Fondamentalmente, io ero una donna con le idee chiare, forte, una persona che a un certo punto si muove da una piccola realtà calabrese e decide di studiare e cambiare vita per realizzarsi. La violenza psicologica è quella che tu non riconosci, quella che è stata messa in atto senza che me ne accorgessi. Quando arriva quella fisica tu sei totalmente destabilizzata: in questo frangente ti rendi conto che non esisti più, che perdi l’identità. Io oggi ho capito che c’era un momento per liberarmi e uscire indenne; poi c’è un momento in cui realizzi che non puoi tornare indietro. Mi è stato chiesto “perché 9 anni?” e io ho risposto che sono stati 9 anni “perché avevo paura di morire”. Perché invece oggi dico questo? Perché ho fatto un’analisi e ho lavorato molto su me stessa; le donne lavorano soprattutto sul maltrattante, dimenticandosi del grande valore che hanno e ciò si vede quando si perdona, si giustifica perché dici a te stessa che è persona tranquilla e pensi che quello sia solo un momento. Poi arrivi a un punto in cui quel momento è un incubo e lo vivi tutti i giorni; ti trovi davanti a un carnefice e non sai come uscire da quell’inferno che tu vivi e che pochi vedono».

Il suo ex marito la picchiava, anche in maniera selvaggia. Ha rischiato davvero la vita…

«Sì, ho rischiato la vita più volte e quando questo accade cerchi sempre di sopravvivere. La violenza è qualcosa di talmente devastante che vederla oggi, con questa lucidità, è un passaggio duro, feroce: ti rendi conto di tutto quello che hai subito e della ferocia che hai accettato; capisci che c’era un momento in cui potevi essere una donna libera ma non l’hai saputo cogliere. Non sei arrabbiata con l’altro ma con te stessa. Bisogna canalizzare quella rabbia verso sé e chi ci ha deluso e trasformarla in forza perché altrimenti tre sono le alternative: o ti fai ammazzare o ti ammazzi o impazzisci. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo sospesa, mi cercavo perché mi ero persa: sei alla ricerca di te stessa ma non sai da dove cominciare. Credo sia stato quello il momento peggiore della mia vita perché i lividi, le ossa rotte, la violenza, se sopravvivi, sono seguiti da una violenza più devastante, quella che ti toglie il fiato, che ti mette paura quando sei da sola o anche quando incontri un altro uomo, perché tutto diventa mostruosamente spaventoso. È un paradosso ma al di là delle botte e dei lividi, il dolore terribile è vedere la persona a cui hai affidato la tua vita, la persona di cui ti sei fidata, che ti fa a pezzi, non lascia neanche un brandello di te e non ha neanche quel sentimento che dovrebbe avere ogni essere umano e che si chiama pietà».

Ad un certo punto, però, ha detto basta, è andata via di casa e l’ha denunciato. Il tribunale si è espresso: una sentenza “poco giusta” o inadeguata…

«Io ho fatto due passaggi. Il primo nel 2009, quando ho denunciato e credevo in una giustizia giusta, credevo in tutto quello che sentivo in tv, ovvero che le donne devono denunciare. Quando sono uscita ho pensato di trovare un mondo che mi avrebbe aiutata, invece, forse perché non ero abbastanza forte, ho avuto la sensazione di trovare altri aguzzini. Così ho fatto questo discorso a me stessa: sono tornata indietro dal mio carnefice, nel 2009, e ho pensato “lo conosco, so quando mi sferra un pugno, un calcio. So che è un uomo perfido, violento ma chi dovrebbe accogliermi mi tratta con toni inquisitori e mi sono detta “dove sono capitata?”. Non mi aiuterà nessuno, non mi capirà nessuno perché la prima frase che ti senti dire è “cosa hai fatto”, come se ricevere botte potesse essere motivato dalla gelosia. Un uomo che picchia una donna non è un uomo. Sono tornata indietro nel mio inferno dal 2009 al 2011. Venivo segregata ma la fortuna è stata avere un bagno in camera; ho capito che era una trincea, una guerra, e mentre le prime 48 ore sono rimasta digiuna, le altre volte ho preparato tutto quello che mi poteva servire perché quella era la mia prigione e dovevo aspettare quell’uomo che tornava a casa per poter uscire e fare sempre quello che diceva lui. Perché l’ho fatto? Non sono stata manipolata ma a un certo punto una donna è ricattabile. Non avevo più neanche paura di morire. Ognuno di noi ha un tallone d’Achille ma non avendo figli non ero ricattabile da questo punto di vista. Allora sono stata ricattata con la mia famiglia: mi è stato detto “Io ti uccido. Prima uccido tuo padre e tua madre e poi uccido te, a costo di andare in galera”. Ho perso mio padre una settimana prima di questa maledetta sentenza che, per quanto l’abbia considerato colpevole, mi ha fatto capire che se non avessi lottato fino in fondo, forse lo avrebbero anche assolto. Ho pagato un prezzo altissimo però mi sono dovuta fare anche una ragione per una sentenza così ingiusta, che io ho recepito come un’altra violenza ma mi basta “colpevole”. Perché? Perché credo che il senso di tutto questo sia il coraggio di denunciare ma soprattutto il coraggio della verità: ha perso questo sistema, ha perso la giustizia. Io e la mia famiglia abbiamo pagato un prezzo altissimo ma la verità è che io posso camminare a testa alta, non devo mai abbassare lo sguardo. Non sono più ricattabile, non ho più nulla da perdere e forse per questo, ancora di più, posso continuare a dire alle donne “denunciate ma quando lo fate preparatevi al peggio; siate attente perché questo sistema non aiuta le donne”. È un sistema con una cultura patriarcale e lo dimostra una sentenza come la mia, chiusa da una donna che giustifica la violenza a un’altra donna dicendo che tutto è stato “ingigantito”, che io ho sofferto meno perché facevo una vita agiata. Peccato che dagli atti, dal fascicolo e dai teste ascoltati dalla giudice emerge che non ero libera di comprare neanche un paio di pantofole da 6 euro con i miei pochi soldi. Questa era vita agiata? Questo è voler punire una donna che si è ribellata perché questo è stato, io la vivo così: mettere ordine e dire alle donne di riprendere il proprio ruolo. Un ruolo che è quello di una donna libera ma che deve stare “al suo posto” e tacere. Io al mio posto non ci voglio stare più. La libertà, la dignità, la verità sono valori che non tutti si possono permettere e ritengo di poterli sbandierare perché per essi ho lottato e in essi ancora credo».

Ha più rivisto il suo ex marito?

«Lo incontro nelle varie sedi perché, in tutto questo, la cosa vergognosa è che le donne che decidono di denunciare vengono contro-denunciate; cioè, la legge è sempre strumento nelle mani dei maltrattanti perché non sempre va fino in fondo. Ci devono essere magistrati formati perché sulla violenza non si può improvvisare. Il problema delle donne, adesso, è denunciare perché noi non abbiamo paura dei nostri maltrattanti, abbiamo paura di entrare nei tribunali; abbiamo paura di un sistema e abbiamo il timore di non essere credute. Le donne che sono madri hanno paura di perdere i loro figli: una donna per salvare i suoi figli è disposta a tutto, anche a prendere le botte, a rischiare di morire ma è giusto dire che la violenza assistita è ugualmente violenza e che forse le donne devono anche trovare il modo di fuggire perché lasciare i figli in un contesto violento non è salvarli».

MANDEN, UNA RETE DI ESPERTI PER AIUTARE LE DONNE. Manden è l’associazione che si batte per i diritti delle donne vittima di violenza. Presieduta a livello locale da Grazia Biondi, nasce come gruppi di auto mutuo aiuto. Presentata a Montecitorio lo scorso 25 novembre, a livello nazionale ha messo in contatto circa 600 donne. Mandan è nata grazie ad un uso sano dei social network che fanno rete attraverso quel “meccanismo” che permette di riconoscere le donne vittime di violenza. “Abbiamo messo il nostro vissuto e la nostra esperienza ma, per quanto il nostro comune divisore sia la violenza, ogni storia è una storia a sé. Abbiamo creato una rete fatta di professionisti, quelli di cui ci fidiamo”, ha spiegato la Biondi. Dunque, figure professionali al servizio delle vittime, per aiutarle a ricominciare una nuova vita, lontano dalla violenza sotto ogni punto di vista, e anche e soprattutto il gratuito patrocinio da parte di avvocati formati e specializzati, il tutto anche per aiutare psicologicamente chi denuncia, che, però, sempre più spesso si ritrova isolata. 

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