Il “cerchio magico”

di Alessandro Rizzo

Dopo più di 50 udienze si chiude sul ring della giustizia penale l’ultimo match tra quello che ormai viene definito “il cerchio magico” e i Figli delle Chiancarelle. A scrivere la parola fine un Collegio di assolutissimo spessore.

Difficile immaginare di scalfire una decisione che porta la firma di tre magistrati di indiscussa preparazione e di estrema specchiatezza, con buona pace di chi ha sempre lamentato troppa prossimità tra De Luca e la Procura salernitana, che se ha portato avanti con tanta ostinazione un‘azione penale fragile al punto da chiudersi con la massima assoluzione, forse tanto prossima non lo era.

Insomma, tutti hanno fatto il proprio dovere e qualcuno, i denuncianti e le parti civili, hanno fatto almeno quanto in proprio diritto. Così si chiude la vicenda giudiziaria. Le reazioni alla sentenza sono state le più varie. Ovvia la soddisfazione degli assolti, chi più chi meno sobrio nelle manifestazioni di felicità, ma anche i toni di questi ultimi sono forse comprensibili.

Certo, “il fatto non sussiste” è il risultato massimo per un imputato che viene assolto. Resta aperto il giudizio politico, ma quello è lento ed è rimesso, ahinoi, ad un popolo sempre meno avveduto. Le nuove generazioni nasceranno col Crescent e per loro non ci sarà il trauma di dovercisi abituare. La verità è che De Luca ha già vinto anche il processo politico perché di volere quell’opera Salerno l’ha deciso evidentemente quando ha assegnato ai deluchiani il 70% dei consensi. Si chiama democrazia.

Nessuno, tuttavia, si è finora accorto che c’è un terzo processo, sottile, delicato, che pure si svolgerà con gli anni: è il processo “urbanistico”. Si badi bene, non il procedimento, ma proprio un processo, un giudizio, che pure spetterà ai posteri. Servirà il Crescent? Aiuterà Salerno a diventare più “europea”? Gli effetti di una scelta urbanistica sono molto lenti e di solito danno i risultati a distanza di molti anni. Ricordo ancora quando il sindaco Giordano decise la chiusura al traffico del Corso Vittorio Emanuele; i primi ad insorgere furono i commercianti. Oggi, a distanza di trent’anni e più, quella scelta si rivela, più che utile, necessaria quasi. A me personalmente il Crescent non piace, ma riconosco che le trasformazioni urbanistiche le fanno i coraggiosi.

E riconosco anche, da modesto ex-amministratore, che quella parte della città ha bisogno di uno stravolgimento radicale. La cosiddetta movida svolge due funzioni fondamentali: è un importante tessuto economico ed è l’insegna della città per i tanti croceristi che arrivano a Salerno. Eppure la movida soffre la mancanza di parcheggi. Si sviluppa su un tronco stradale, genera criticità sempre maggiori e ormai è giunta al collasso. Serviva una piazza, ma soprattutto servivano i parcheggi. Non saprei dire (né mi compete) se più a destra o più a sinistra, se con quella forma o con un’altra, ma un intervento serviva. Il vero problema è un altro: basterà un intervento urbanistico a rendere Salerno più europea? Secondo me no. Fatta la piazza occorrerà garantire i servizi e su quelli siamo ancora a risultati troppo modesti.

Sarà necessario garantire la sicurezza, occorreranno investimenti e soprattutto è davvero arrivata l’ora di iniziare una programmazione seria ed incisiva sulla cultura, per evitare che i prossimi frequentatori di quegli spazi continuino ad assumere comportamenti inurbani ai quali già siamo abituati. E qui, se le amministrazioni qualche colpa ce l’hanno, non ne vanno esenti neppure i detrattori del Crescent. È censurabile che l’offerta artistica sia tanto scarsa, che le iniziative siano prossime allo zero, che le manifestazioni significative siano rimesse alla operosità delle associazioni, addirittura talvolta osteggiate da qualche politicante che teme che questi movimenti possano costruirsi un seguito fastidioso.

Ma è anche orrendo il tono usato da qualche oppositore che non siede neanche in consiglio comunale o perché non è riuscito neppure a guadagnare, non dico il seggio, ma almeno la candidatura o perché non ci si è nemmeno cimentato. Inneggiare all’odio solo perché non si condivide una scelta urbanistica non è certo il modo migliore per proporsi come alternativa.

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