Giovanni Cafaro, professione codista

di Erika Noschese

Può essere considerato il classico cervello in fuga: lascia la sua città, Salerno, per tentare di cercare fortuna a Milano. E ci riesce.

La vita professionale di Giovanni Cafaro è in controtendenza: lui il lavoro non l’ha cercato ma lo ha inventato. Così, nasce la professione del codista che, in breve, consiste nel fare la coda presso uffici pubblici o sbrigare pratiche burocratiche per altri.

A prezzi modici, va detto: solo 10 euro lordi all’ora e 7.50 euro netti. Cafaro ha iniziato questa nuova attività professionale nel 2014 e oggi vanta il titolo di primo codista italiano.

Giovanni, perché ha lasciato la città di Salerno?

«Un po’ per una serie di combinazioni perché mandando curriculum, da Milano mi hanno subito contattato. Dopo la laurea ho iniziato a lavorare qui».

Lei ha dato vita ad una nuova professione, quella del codista. Come nasce l’idea e in cosa consiste?

«Mi definisco il primo codista italiano e il mio lavoro consiste nel fare code per conto di chi non ha voglia o tempo di farlo. Ovviamente, oltre a questo, si svolgono anche pratiche burocratiche. L’idea mi è venuta una mattina mentre ero in coda alla posta per pagare dei bollettini: nel vedere le persone in coda, spazientite e seccate di perdere del tempo. A quel punto mi si è accesa la lampadina e ho pensato: “perché non fare la coda per gli altri?”. Inizialmente, era una provocazione ma l’idea mi piaceva proprio per la sua assurdità. Pensavo potesse funzionare e così è stato perché il fattore tempo, oggi, in una società come la nostra, è importante».

Lei, ad oggi, puoi dire di riuscire a vivere con una professione come quella del codista o ha bisogno comunque di altri lavori per poter arrivare a fine mese, come si suol dire?

«Assolutamente sì e posso dire di essere un privilegiato. Sono stato fortunato perché inventarsi un lavoro e vivere di questo non è da tutti. Sono contento perché la mia attività ha subito un’evoluzione, oltre ad allargare il giro di clienti, passando dai semplici privati a professionisti ed aziende. Fin dai primi mesi ho cercato di dare una certificazione a questa attività che io ho chiamato “codista”, proprio per dare l’idea di ciò che faccio e poi cercando di dargli una collocazione ed un contratto collettivo nazionale per far sì che i futuri codisti potessero avere dei diritti e dei doveri, definiti in un contratto; quindi, poter lavorare come codisti dipendenti anche per chi ha queste necessità quotidiane».

Al nord è un lavoro che funziona mentre al sud sembra fare molta fatica. Come lo spiega?

«Al centro nord ci sono più richieste rispetto al sud, poi dipende dalle zone: in una grande o media città ci sono più possibilità e posso dire che, come attività, si è ampliata molto in maniera trasversale proprio perché le code, il disbrigo delle pratiche, eliminare una serie di inconvenienze e far risparmiare tempo a tante persone oggi è una problematica molto sentita. Ci sono persone che hanno proprio repulsione a entrare nei vari uffici pubblici e questo, chiaramente, ha facilitato la diffusione di questa attività che poi ha avuto modo di farsi conoscere in questi anni».

A Salerno si sono tenuti vari corsi proprio per insegnare l’attività del codista. Un boom iniziale ma ad oggi sembra essere sparito quasi del tutto questo tipo di professione. Perché, secondo lei?

«Ci sono alcuni codisti che hanno sviluppato un buon giro di clienti, altri un po’ meno ma, forse, al nord e al centro c’è una propensione a delegare situazioni personali o della propria azienda mentre al sud credo ci sia una tendenza a sbrigarsi le cose da soli. Credo sia un problema di approccio mentale e poi al nord e al centro c’è anche più disponibilità economica e dunque più disponibile ad affidarsi a qualcuno mentre al sud c’è questa esigenza di farsi le cose da solo proprio per evitare di pagare qualcuno che lo faccia per noi».

Lei ad oggi può considerarsi uno dei tanti cervelli in fuga?

«In un certo senso sì, un po’ per una serie di coincidenze, un po’ perché la mia vita lavorativa era diretta verso Milano perché offre più opportunità rispetto al sud o a Salerno. Mi ritengo una persona che è sempre andata dove c’era opportunità di crescere, migliorarsi, dove c’erano occasioni di lavoro congrue ai propri studi e alle proprie ambizioni». Pensa che Salerno sia una città adatta per tentare di costruirsi un futuro professionale? «Penso che Salerno sia una bellissima città, cresciuta molto negli ultimi anni sia dal punto di vista turistico che professionale-lavorativo ed è chiaro che riflette la situazione penalizzante delle realtà del sud. Vedo, però, tanta voglia di fare e di realizzare ed è sicuramente un buon punto di partenza. Credo che le nuove generazioni siano più restie a spostarsi in altre città e questo li penalizza».

Rispondi