Tante periferie, tanti mondi

di Vincenzo Benvenuto

A causa di un guasto all’auto, mi sono trovato a prendere il pullman. Nello specifico, il 21, “Giovi Altimari-Via Vinciprova”. Dopo aver controllato gli orari sul sito, la mia ansia, come sempre succede al pendolare una tantum, mi ha portato alla fermata un buon dieci minuti prima dell’arrivo del bus.

Con circa tre minuti di ritardo, lo vedo spuntare dalla curva che lo condurrà diritto in braccio alla mia impazienza. Sicuro che si tratti del pullman giusto, salgo a bordo. Siamo io, l’autista, e un caravanserraglio di lamiera e motore sgarrupati che continua ad arrancare per i tornanti di Giovi. Mi sento, nell’ordine, il metalmeccanico stordito dai rumori della catena di montaggio, il surfista travolto da un’onda anomala, il ciclista costretto a sedersi sullo scheletro di un sellino.

Ma vi è di più: la strada che da Giovi mena a Salerno, per larghi tratti, sembra essere stata bombardata da una gragnuola di meteoriti che hanno lasciato sulla strada buche e crateri di varie fogge e dimensioni; per non parlare, poi, dei continui rappezzi dell’asfalto che, se da un lato si sono risolti in colline artificiali, dall’altro precipitano in dirupi scoscesi. Pure il provato autista, alla vista di tutto questo sfacelo (dell’autobus, della strada), si sente in dovere di lasciarsi andare (nel vestire, nel comportarsi).

All’incrocio con Casa Manzo, invece di proseguire dritto, il pullman gira a destra: si viene a materializzare, così, la mia imbranataggine. L’autobus sul quale sto maldestramente seduto, infatti, non è il mio 21 ma, probabilmente, il 15. A questo punto, che fare? Sapendo che si fermerà comunque nella piazzetta di Casa Manzo, decido di prendermela con filosofia. Mi guardo intorno e vedo palazzi su palazzi, ville su ville. Sembra quasi che il volume di cemento, tutto proteso a intercettare foss’anche solo una scaglia di mare, possa schiantare da un momento all’altro la collina sul quale è abbarbicato.

Arriviamo al capolinea. Decido di svelare il mio errore all’autista che, generoso come solo sa esserlo il minatore alla vista del sole, mi consiglia di prendere al volo il pullman che sta per partire adesso. Solo quando me lo indica, capisco che quello parcheggiato nel piazzale non è una avveniristica navicella spaziale ma proprio un pullman di quelli con quattro ruote e due porte automatiche. D’altra parte, anch’io e Raoul Bova apparteniamo entrambi al genere umano di sesso maschile, no?

Salgo a bordo e tutto, su quel bus, sembra essere congegnato per far sentire a disagio il pendolare che viene da un Giovi diverso da quello di Casa Manzo: l’autista, ad esempio, è il modello appena sfornato dalle passerelle di Palazzo Pitti, a tal punto elegante da far impallidire anche la mia mise di avvocato sempre diretto a quell’appuntamento importante di cui sopra.

A bordo, il silenzio dei concerti di musica classica dove quel cazzimmoso del pianista, al primo starnuto, smette di strimpellare il suo pianoforte, manda tutto alla malora, e va via. Per dirla diversamente, cinque persone in tutto nel pullman che, pur parlando tutte e cinque all’unisono, producono un terzo del rumore della signora Carmela quando parla al cellulare con il marito; ovviamente, sul pullman dell’altro Giovi, e dove, se no? Sulle sedie, per terra, una pulizia capace di mettere in soggezione quei pochi granelli di polvere che si azzardano ad entrarvi.

Mi guardo intorno. Il mio posto è dirimpetto a quello contrassegnato da un omino con un bastone, evidentemente riservato, quindi, a un passeggero anziano. Nel pullman dell’autista che si lascia andare, invece, il posto dell’anziano è rimesso alla buona volontà nonché all’educazione dello studente che glielo cede. Il pullman finalmente inizia la sua corsa.

Sembra di viaggiare sottovuoto su foulard interminabili di seta. La strada poi, manco a dirlo: addirittura con un solo strato, solido e uniforme, di asfalto! Arrivati all’altezza di Calcedonia, al vedere tutto il traffico incolonnato per l’ennesimo shopping, ho una pensata di quelle di cui mi dovrò, di qui a poco, vergognare. Mi avvicino timoroso all’autista e gli chiedo, mellifluo, di scendere prima che il pullman si accodi a quella colonna snervante. Si toglie gli occhiali.

Mi guarda come se gli avessi chiesto il permesso di piantargli un coltello nelle scapole. Dopo un secondo, l’autista si decide a rispondere alla richiesta raccattata dal basso della mia pochezza: «Sono fuori fermata. Non se ne parla». Scendo dal pullman quando la prossima fermata mi autorizza a farlo. Due pullman, due percorsi alternativi della stessa strada, due Giovi (Casa Manzo e l’altro Giovi). Di quante periferie si nutre la mia città?

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