La generazione dei “Socialdrogati”

di Vincenzo Benvenuto

Negli anni 60/70 del secolo scorso, parte della Sinistra (e non solo) riteneva che la droga, specialmente l’eroina per i suoi effetti maggiormente deleteri, costituisse il cavallo di Troia del capitale: con la droga, cioè, le plutocrazie del mondo annichilivano i cervelli rivoluzionari, impedendogli di prendere piena consapevolezza delle proprie forze e di prepararsi per l’ “assalto al cielo”.

“Non disturbare il manovratore”, questo era l’imperativo categorico del capitale. Veniamo ai giorni nostri. “Niente di nuovo sotto il sole.” Anche nel nostro tempo, infatti, si ripropone la necessità di uno strumento in grado di irretire l’attenzione e sterilizzare, così, ogni presa di coscienza dello status quo.

Ovviamente pure in questo fine 2018 c’è la droga, con una indubbia prevalenza della cocaina sull’eroina, ma quelle che ci devono preoccupare maggiormente sono le cc.dd. “nuove droghe” addirittura più istupidenti di quelle degli anni 60/70.

A che mi riferisco? Sforziamoci di assumere un punto di vista oggettivo e osserviamoci per le strade, a scuola, sui luoghi di lavoro. La nostra attenzione è praticamente monopolizzata dai gruppi di WhatsApp (dei colleghi di lavoro, della scuola dei figli, degli amici del calcetto) che c’impongono, per non uscire dal giro, almeno il minimo sindacale di un “buongiorno” e di una “buonanotte” ogni dì che Dio manda in terra.

C’è poi l’onnipresente Facebook sul quale abbiamo il dovere di postare il nostro parere su ogni accadimento, dal giudizio sul nuovo taglio degli ultimi cinque capelli della nonna ottuagenaria, al commento sul Def “che è stato presentato dalla Cei e dovrà essere approvato dalla Nato entro la fine del primo quadrimestre, pena sanzioni severissime.” E via, in media ogni sessanta secondi, a controllare la comparsa di quel puntino rosso sulla campanella nera su sfondo blu.

Più aumentano i numeretti inscritti nella caccolina rossa, più la nostra presenza nel mondo si struttura, più il nostro ego si eleva tronfio sulle umane miserie. Per non parlare di quando il cerchietto rosso si stampa su quei due omini neri, sempre su sfondo blu (rosso-blu: adescamento cromatico di tutto rispetto): un altro fan della nostra iridescente vita muore dal desiderio di diventarci amico. E sia! Non c’è manco bisogno di incontrarlo: una rapida controllatina, e conosciamo anche quante volte sia cambiato il suo piatto preferito dalle elementari all’università.

Con riferimento al cellulare, poi, abbiamo i selfie (i giovani come nuovi “selfie della gleba”) senza soluzione di continuità che, una volta a casa e spento finalmente il telefonino, ci faranno sorgere qualche dubbio su dove veramente si è stati e sul perché propria quella sera dovrebbe essere diversa dalle altre.

Con riferimento alla ossessione del cellulare, infine, si parla di una nuova invasione ben più perniciosa di quella delle cavallette bibliche: l’invasione dei cc.dd. smombie (crasi tra “smartphone” e “zombie”). Un esercito di rincoglioniti da cellulare, cioè, che smanettano compulsivamente h24. A tal punto che, come simpaticamente notava Gianmatteo Pellizzari su “L’Espresso” di qualche settimana fa, se un novello Leonardo dovesse ridisegnare il suo “Uomo Vitruviano”, sicuramente lo raffigurerebbe armato di un telefonino per ognuna delle sue quattro mani.

E come non menzionare la pubblicità? Con il suo feticismo della merce crea bisogno e, molto spesso, frustrazione in chi quel bisogno proprio non può soddisfarlo. Sì, d’accordo, il bisogno non sarebbe propriamente tale, ma dopo dieci interruzioni di un film in cui, puntualmente, ci continuano a ripetere che le lenti “Calandrino” rendono più belli, pure Gennaro Diecidecimi si convince della necessità di acquistarli.

Per concludere, restano la playstation con la sua realtà virtuale aumentata e quegli infernali giochini che ogni anno, una volta sì e l’altra pure, ci affibbiano l’animaletto digitale da accudire o ci sguinzagliano nelle intercapedini delle città a caccia di mostri. Frattanto il capitale, il sistema, la società continuano a viaggiare lungo i binari della loro inesorabile affermazione.

Noi, per quanto ci riguarda, siamo tutti presi a svendere la nostra attenzione a whatsApp, facebook, pubblicità, playstation e giochini vari. Se ne faccia una ragione, una volta per tutte, il pur simpatico Rocco Hunt con il suo “tutti dietro alla tastiera/e mo chi ‘a fa ‘a rivoluzione”: ogni cosa a suo tempo, caro Rocco, ma non prima del whatsApp a mammà e del selfie con il protagonista de “Il Segreto”.

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