La Chiesa dovrà pagare l’Ici?

di Alessandro Rizzo

Ridonda la notizia: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea al termine di un travagliato giudizio ha deciso che il governo italiano dovrà recuperare l’imposta sugli immobili (ICI) che la Chiesa cattolica non ha versato tra 2006 e 2011. La somma ipotizzata pesa circa 5 miliardi di euro. Ma non è affatto detto che tali somme entreranno nelle casse dello Stato. La sentenza della Corte non incide sul gettito, ma si limita a sanzionare l’Italia per una norma del 2012 che si ipotizzò attuasse aiuti di Stato. Ad indurre al ricorso fu la legge del secondo governo Berlusconi che estese l’esenzione dall’ICI a tutti gli edifici di proprietà della Chiesa cattolica, compresi quelli con fini commerciali quali ad  esempio alberghi e ospedali.

La presunta disparità di trattamento indusse nel 2013 la Scuola elementare Montessori di Roma e i Radicali Italiani a proporre ricorso e ad avviare un iter giudiziario conclusosi con una statuizione che sanziona l’Italia, ma che non incide certo sulle procedure interne di recupero dell’imposta. Questo è ciò che ha deciso la Corte, ma vediamo come tale decisione si inserisce nel contesto. La procedura di infrazione riguarda una norma che ha stabilito l’esenzione sugli immobili della Chiesa anche di natura commerciale, ma che non ha abrogato in questo la norma precedente che stabiliva in maniera molto precisa quali fossero i criteri soggettivi e oggettivi per l’esenzione. Peraltro la norma è durata in vigore poco, sostituita stesso nel 2012 dalla istituzione dell’IMU. 

Come dicevamo, già dal 1992 lo Stato italiano quando ha istituito l’ICI col decreto legislativo n. 504/1992 ha previsto l’esenzione, non per la Chiesa Cattolica, ma per tutti gli immobili utilizzati da un “ente non commerciale” e destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”. Già dal 1992, secondo la legge, perché venga applicata l’esenzione è necessario che si realizzino due condizioni: il proprietario dell’immobile deve essere un “ente non commerciale”, ossia non deve distribuire gli utili e gli avanzi di gestione ed è obbligato, in caso di scioglimento, a devolvere il patrimonio residuo a fini di pubblica utilità e l’immobile deve essere destinato “esclusivamente” allo svolgimento di una o più tra le otto attività di rilevante valore sociale individuate dalla legge.

Nel 2004 però la Corte di Cassazione, pronunciandosi su un immobile di un istituto religioso destinato a casa di cura e pensionato per studentesse, ha specificato che per avere diritto all’esenzione sia necessario anche che l’attività “non venga svolta in forma di attività commerciale”. Di qui l’intervento del secondo governo Berlusconi (d.l. 203/2005) che ha voluto mantenere in regime di esenzione anche le attività svolte in forma commerciale, ovvero dietro pagamento di un corrispettivo, ma sempre che ricorrano i due requisiti, quello soggettivo e quello oggettivo, di cui abbiamo detto. Ad ulteriore precisione – e a riprova di un sentimento bipartisan – anche il D.L. n. 223/2006, governo Prodi, ha precisato che l’esenzione deve intendersi applicabile se l’attività è esercitata in maniera “non esclusivamente commerciale”.

Dunque l’esenzione spetta sicuramente alla Chiesa Cattolica per gli immobili destinati ad attività sociali, ma spetta anche ad associazioni, fondazioni, comitati, onlus, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, associazioni sportive dilettantistiche, circoli culturali, sindacati e partiti politici (che sono associazioni), enti religiosi di tutte le confessioni e, in generale, tutto quello che viene definito come il mondo del “non profit”. Tutti gli altri immobili pagano regolarmente l’imposta. L’attività alberghiera non rientra tra le attività di rilevanza sociale mentre sono esenti gli immobili destinati alle attività “ricettive”, quali ad esempio pensionati, luoghi di accoglienza, case per ferie, colonie e strutture simili.

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