«Noi balbuzienti, “diversi” perché unici nel nostro genere»

«Sei un balbuziente? Allora sei diverso, sei unico, sei più forte rispetto ad altri e lo puoi urlare. Se ci sono riuscito io, ce la puoi fare anche tu». No, non è la classica frase fatta, non stavolta. Lo sa bene il giornalista salernitano Clemente Donadio che, proprio dalla balbuzie, è ripartito, dopo anni di insulti, sfottò e bullismo.

La sua storia inizia con il primo giorno di scuola. «Lo ricordo come fosse ieri», dice, ripercorrendo tutte le tappe della sua vita che, in qualche modo, lo hanno segnato. «“Oggi è il tuo primo giorno di scuola, mi raccomando fai il bravo”. Diedi lei la mano e pian piano mi accompagnò in quella che sarebbe stata la mia scuola per cinque anni ma non avrei mai pensato che avrebbe segnato anche l’inizio di un periodo di ombra, insulti e sofferenza – racconta ancora Clemente – Un’aula enorme e piccoli banchetti posizionati ad U, tre donne si presentarono come le maestre ma nessuna delle tre mi ispirava molta simpatia. Iniziò la carrellata di presentazioni di ogni bambino e il mio cuore iniziava a battere, per la paura o per l’emozione ma non mi ero mai presentato davanti ad una grande quantità di persone, pur essendo per la maggior parte tutti bambini. Arrivò il mio turno».

Quello fu il primo di una serie di episodi: «“Mi chiamo C… mi chiamo C… mi chiamo…”- La parola mi si bloccò tra il palato e la lingua e una volta arrivato alla C del mio nome, non riuscivo ad emettere nessun suono. Prima il silenzio, poi brusii e poi le risate di quelli che sarebbero stati i miei compagni di classe. “Silenzio” – urlò una maestra – “Con calma e non ti preoccupare piccolo…”. La maestra dai capelli biondi e dagli occhiali grandi si avvicinò e mi disse: “Tranquillo, poi mi dirai il tuo nome!”. Passò oltre e le presentazioni continuarono. Non vedevo l’ora di riabbracciare mia madre e tornare a casa; non vedevo l’ora di prendere il mio zainetto e scappare da quella classe che mi aveva deriso al primo giorno di scuola».

Un episodio che ha iniziato seriamente a preoccupare Clemente e i suoi genitori che hanno così deciso di rivolgersi a una logopedista e, successivamente, a uno psicologo. «Ero in sala d’aspetto e i miei entrarono in studio per ascoltare il responso del “mendicante di opinioni sbagliate”. Mi avvicinai alla porta che era socchiusa e ascoltai quelle parole che ancora risuonano dopo venti anni nella mia mente: “Vostro figlio si può considerare handicappato”. Mi bloccai. Tornammo a casa, corsi nella mia stanza, mi gettai sul letto affondando la testa nel cucino e urlai: “Perché non sono un bambino come tutti gli altri?”. Mia madre si avvicinò, pose delicatamente la sua mano sulla testa e disse sottovoce: “Lo sei e un giorno parlerai benissimo!”», ricorda ancora il giovane salernitano. A nove anni, il primo viaggio con la mamma, a Pescara, per partecipare a un corso ortofonico, in un’aula piena di balbuzienti.

«Sembra un paradosso ma mi sentivo a mio agio, mi sentivo tranquillo e – proprio dopo che cercai, senza successo, di presentarmi – capii il perché. Nessuno derideva l’altro, nessun commento, nessun insulto ma occhi che ti osservavano quasi dandoti forza, perché in primis volevano dare sostegno e conforto a loro stessi. Passarono sei giorni e quel metodo che acquisii dopo ore e ore di corso, mi permise finalmente di presentarmi ad un’aula piena di gente senza balbettare: “Mi chiamo Clemente, ho nove anni. Sono venuto qui con la mia mamma e sono felice perché finalmente ho detto il mio nome”. Ero al centro dell’aula, tutti i miei compagni di viaggio sorrisero e io con loro. Il mio trionfo era anche il loro. Mi girai e incrociai lo sguardo di mia madre. Stava piangendo, stava sorridendo. Corsi tra le sue braccia e quel bambino di nove anni pianse dalla felicità, mentre sua madre gli carezzava la testa proprio come quei quattro anni prima. Era la mano delicata della forza, la forza dell’amore».

«Sì, sono balbuziente. Da quando sono nato, non ne ho capito ancora la causa o se vi è una causa. Arrivato a 27 anni ammetto che ancora ogni tanto capita, come del resto può succedere a tutti con la famosa ansia da prestazione. Grazie a quel corso fatto all’età di nove anni, grazie alla forza di volontà e all’amore di mia madre, sono riuscito a gestire questa mia paura e, a oggi, dico soddisfatto “Salve, sono Clemente Donadio”. Incontro spesso ragazzi balbuzienti come me che mi chiedono consiglio, proprio perché risulta strano che un ragazzo affetto da tale problema possa parlare in radio, possa fare il giornalista o presentare in pubblico. Felice dico loro che il problema non si può eliminare ma si può gestire. Gli insulti, le risate malefiche dei compagni di classe o i ciarlatani che si spacciano per psicologi e ti dicono che non vi è rimedio, sono coloro che danno la forza per andare avanti e parlare sempre più. Sembra assurdo ma nella loro completa ignoranza qualcosa di buono lo fanno. Dal bambino che non parlava, ora sono divenuto il ragazzo che parla troppo e a volte mia madre mi deve zittire e, insieme, sorridiamo per il mio essere logorroico. Quando qualcuno mi dice “Davvero balbetti? Non me ne ero accorto”. io rispondo che devo ringraziare una maestra bionda che mi ha dato fiducia, la mano di mia madre che mi ha dato forza, gli insulti dei compagni che mi hanno dato caparbietà», dice Clemente, consapevole che essere un bambino balbuziente non è per niente facile ma, dice, «sono solito affermare che il problema, se così lo si vuol chiamare, non si supera. Si può gestire. Fin da quando ero piccolissimo la balbuzie è sempre stata presente. A casa, con gli amichetti di scuola e non, ovunque la mia lingua si bloccava. Essere un bambino balbuziente non è semplice e penso a tutti i ragazzini che stanno affrontando quei fastidiosi bisbiglii o quelle risate che fanno venire un buco allo stomaco».

Clemente, oggi, un consiglio a chi si ritrova nella sua stessa situazione vuole darlo: «Molti preferiscono sorvolare, altri ci soffrono, altri ancora vogliono solo trovare una soluzione. Alla fine, tutti i compagni che mi hanno deriso, le professoresse che evitavano di farmi domande, sono proprio quelle persone che hanno fatto in modo che nascesse in me quel coraggio giusto per affrontare ciò che la vita mi ha posto di fronte. Cosa dico ad un balbuziente? Beh, sei diverso da tutti gli altri perché sei unico nel tuo genere. Qualcun altro non avrebbe la dote del pensiero prima di parlare, noi prima di emanare voce pensiamo e ripensiamo. Se ci pensate non è da tutti. Quindi non prendere in negativo questo “pregio” che hai, prendine dei punti di forza e dimostra che puoi superare quella C o quella D del tuo nome. Se ci sono riuscito io, ci puoi riuscire anche tu».

«I balbuzienti, per quanto sono coraggiosi, sono anche molto sensibili e queste sono le nostre piccole vittorie: aver detto il proprio nome, leggere in pubblico, avere un microfono in mano».

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