E’ il consumismo, uaglio’

Tutto nasce da una borsa di pelle, di quelle da avvocato, regalatami il giorno della laurea. Ebbene, dopo tanti fascicoli portati a spasso da un tribunale all’altro, dopo tanti libri, spillatrici e levapunti ospitati nelle sue tasche da una cancelleria a un’aula d’udienza, la borsa ha deciso di rompersi.

Poco male, sarà l’occasione per cambiarla finalmente, ‘sta borsa, che solo l’affetto per chi me l’ha regalata mi ha trattenuto dal farlo prima. Ovviamente, questa è la prima reazione, quella istintiva.

Poi, vuoi perché la pelle invecchiata l’ha resa più bella, vuoi perché la borsa mi ricorda i miei inizi oltre che la persona che me l’ha regalata, vuoi, infine, perché l’unica borsa che veramente mi piace costa un botto, decido di farla aggiustare. Mal me ne incolse. Inizio il giro delle sette chiese. Nell’ordine, borserie, pelletterie, scarperie. Nulla da fare.

A Salerno centro, non c’è nessuno che voglia o che possa aggiustare la mia borsa. Mi si accende improvvisamente la lampadina. Io sbaglio zona. Non lo canta, infatti, pure Niccolò Fabi che “non si può cercare un negozio di antiquariato in via del corso?”. Eccola la soluzione: dovrò spostarmi nella zona orientale di Salerno. Se del caso, anche in qualche comune vicino. Riparte il tour delle sette chiese, sempre io in compagnia della mia borsa.

Borserie, pelletterie, scarperie, niente. Quando, dopo l’ultima carezza alla pelle raggrinzita della mia borsa, decido che i nostri rispettivi destini sono ormai irrimediabilmente segnati (la borsa entrerà di diritto a far parte del mio “ciarpame reietto” mentre io ne acquisterò un’altra), un’ultima, flebile speranza. Come il naufrago stremato tenta di aggrapparsi a un tronchetto che evidentemente non ce la farà a sostenerne il peso, allo stesso modo io mi aggrappo alla maniglia di quest’ultima borseria. Con timore reverenziale verso questa vecchina che spunta da un guazzabuglio di pellame, le mostro la borsa e il suo difetto da riparare. Gli occhi mi anticipano la risposta. «Perché?» riesco a chiederle, con la stessa disperazione del campagnolo di Kafka al guardiano. «Io, qui, sono sola. Nessun giovane ha voluto imparare il mestiere. La vostra riparazione mi richiederebbe troppo tempo e sarebbe poco remunerativa. Mi conviene, piuttosto, mettermene a cucire un’altra nuova, di borsa». Prima di andar via, una voce mi giunge da qualche parte, lì, tra i vari borsoni ammonticchiati sullo scaffale.

«E’ il consumismo, bellu guaglio’. Non si aggiusta quello che si guasta. Si compra tutto nuovo, con spreco di soldi e con danno all’ambiente. Ai tempi miei…». La mente va a De Crescenzo che, in “Così parlò Bellavista”, si lamenta con la tabaccaia. E’ costretto, infatti, per il compleanno di sua figlia Patrizia, a comprare non già una candelina nuova da aggiungere alle ventidue dell’anno prima, ma proprio ventitré candeline, tutte, manco a dirlo, nuove. Esco dal negozio: dovrò immolare la mia borsa sull’altare del consumismo, in attesa della prossima, conveniente offerta su qualche borsa nuova.

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