«Impianti utili solo se moderni ma si agisca sull’intero ciclo dei rifiuti»

di Erika Noschese

Sì al termovalorizzatore ma di quelli moderni per ridurre l’impatto ambientale. E’ questo, in sintesi, il discorso di Antonio Limone, direttore generale dell’Istituto zooprofilattico sperimentale del Mezzogiorno nonché coordinatore ufficiale dei dieci Istituti zooprofilattici sperimentali d’Italia.

Direttore, al centro delle polemiche la questione termovalorizzatore. E’ utile, serve? Può essere pericoloso per la salute? Qual è la sua posizione in merito?

«La questione vera della gestione dei rifiuti e tutta la complessità è a monte di quella inerente al termovalorizzatore. La domanda “ci vuole o non ci vuole?” è priva di un significato reale nella misura in cui tutta la gestione dei rifiuti ha grosse lacune. Nel termovalorizzatore ci dovrebbe andare il non differenziabile, per legge. Questo è un meccanismo che noi non abbiamo alimentato. Cosa si sta incendiando in questa nazione? Si sta incendiando un rifiuto accatastato che non è stato smaltito prima con una serie di circuiti che avrebbero dovuto costruire, intorno al rifiuto, anche una ricchezza. Quindi abbiamo accantonato una serie di rifiuti che potenzialmente non erano indirizzati verso un inceneritore ma dovevano servire ad alimentare dei circuiti economici che virtuosamente utilizzavano il rifiuto per farne una risorsa. Ora, al di là di un “ambientalismo romantico”, il problema della gestione dei rifiuti è molto complesso perché non abbiamo costruito un’attività che poteva utilizzare i rifiuti senza accatastarli. Ritenere i termovalorizzatori la panacea di tutti i mali è un errore mostruoso: sono utilizzabili ma ricordiamo che non bruciano tutto, non bruciano tutto alla stessa temperatura, non bruciano tutti i materiali a prescindere». Dunque, lei è favorevole all’eventuale realizzazione di un inceneritore? «Con raziocinio ed equilibrio, bisognerebbe costruire a monte tutti questi percorsi altrimenti il termovalorizzatore, in sé e per sé, non sarebbe utile. Parliamo di impianti a doppia camera, quelli che fanno anche il recupero dei fumi che non liberano in atmosfera diossine, altri metalli pesanti e Ipa ma che abbattano questa soglia perché sono muniti di due camere di combustione: la prima che brucia una certa parte e poi il residuo che brucia di nuovo la parte che non va liberata in atmosfera, perché se si libera una dispersione di fumi incompleta, quindi una sola camera come quelli di vecchia generazione, hai un impatto ambientale più importante che, invece, si riduce con l’utilizzo di strutture più moderne».

Quindi, a dispetto dell’allarme lanciato dagli ambientalisti, il rischio per la salute pubblica potrebbe essere minimo…

«Il ciclo integrato dei rifiuti non può avere alla base solo il discorso dell’indifferenziata. Per fare una buona raccolta differenziata devi anche cominciare a costruire dei percorsi più virtuosi in base ai quali il materiale che vien fuori abbia la stessa possibilità di entrare in un circuito economico che porti attività imprenditoriali, industriali, ovvero attività parallele che prendono questo rifiuto una volta differenziato e lo smaltiscano. Noi invece abbiamo maturato un altro percorso e per questo siamo stati fallimentari perché non abbiamo avuto nessuna possibilità di fare economia. La soluzione qual è stata? Andare a incendiare i rifiuti che non si sapeva come smaltire. Il fenomeno, va letto, dal punto di vista tecnico, nella sua complessità: fino a quando non avremo, oltre a una differenziata efficiente, anche una gestione del ciclo dei rifiuti coniugata a una serie di attività che servono a smaltire il differenziato, avremo il problema».

Per quanto riguarda l’impianto di compostaggio, invece?

«Gli impianti di compostaggio devono essere fatti perché è l’unico modo che hanno nei comuni per cominciare a fare una differenziata che abbia un senso. E’ ovvio che se se il rifiuto non si differenzia tutto questo non si riesce a fare. Anche per il termovalorizzatore, la distinzione tra il tipo del materiale che costituisce l’elemento di combustione è fondamentale per il funzionamento di queste grandi strutture, perché non è che ci si può infilare di tutto come se fosse una specie di forno. Il lavoro deve essere visto nel ciclo integrato che ha di per sé la gestione della problematica rifiuti».

Salerno, a oggi, è la città con la Tari più alta d’Italia.  Pensa che questo possa essere una conseguenza della cattiva gestione dei rifiuti di cui parlava prima o è da imputare ad altri fenomeni?

«Se si fa bene una gestione del rifiuto nella differenziata, si riesce a far pagare meno tasse e, in questo, io un elemento virtuoso lo vedo. Questo non funzionerebbe nei confronti dei lestofanti che hanno la produzione di un rifiuto a nero e che non hanno nessuna intenzione di smaltire secondo le norme e le regole previste. Quindi, se si pensa di fare un termovalorizzatore per eliminare il fenomeno dello smaltimento illecito, questo sistema non funzionerà. E’ così che va inquadrato il sistema, sapendo che dal punto di vista scientifico, l’emissione dei fiumi in atmosfera non è priva completamente di rischio: non è che l’inceneritore non produca nessun danno all’ambiente, sia ben chiaro. Certo è che ne producono sempre meno se si tratta di impianti di ultima generazione e se il combustibile che si usa viene gestito correttamente e con un’adeguata manutenzione. In caso contrario, non serve a nulla. Devono essere incrementati i siti di compostaggio perché lì avviene la tritovagliatura, la distinzione di questo materiale, perché, è importante sottolinearlo, se ad una buona differenziata non si aggiunge una virtuosa gestione del materiale diviso, diventa anche pericoloso. Questo significa creare un circuito economico attorno al mondo dei rifiuti. Se, invece, ne vogliamo fare un dogma politico tra chi dice sì e chi dice no senza ragionarci, ho l’impressione si vada verso la morte di questo meccanismo». 

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