Antonietta Di Martino: «Vi racconto l’emozione del salto»

di Matteo Maiorano

“La struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso”. Nel corso degli ultimi 20 anni, l’aforisma attribuito ad Einstein è la frase che più volte è stata rivolta ad Antonietta Di Martino. L’atleta azzurra, fisicamente poco adatta per il salto in alto, è arrivata a stabilire i record italiani femminili outdoor ed indoor, volando più in alto di tutte, saltando i 2.03 e 2.04 ai mondiali di Osaka e all’Europa SC indoor di Banska Bystrika. La campionessa, nativa di Cava de’ Tirreni, racconta l’inizio della sua carriera, l’emozioni del salto e il futuro dell’atletica leggera italiana.

Quali sono stati i riferimenti di Antonietta Di Martino?

«All’inizio mi hanno accompagnato i miei genitori, sono stati la mia chioccia. Dal punto di vista sportivo ho sempre pensato a Sara Simeoni, Antonella Bevilacqua, Pietro Mennea».

Dove ha iniziato a coltivare il sogno di diventare altista?

«Fin da quando andavo a scuola speravo di raggiungere i traguardi che poi ho raggiunto. Mi allenavo nella pista d’atletica presente all’interno del “Vestuti”. Purtroppo le strutture del meridione sono quelle che sono: mi sono spostata, perché se hai un obiettivo e vuoi arrivare a fare determinate cose ti arrangi. Non abbiamo, sul nostro territorio, strutture indoor. Ho girato molto e, rientrando nel giro della nazionale, mi sono allenata in moltissime strutture; facevo i raduni a Formia, la mia seconda casa.

La preparazione verso Osaka nel 2007, dove ha ottenuto il suo primo record…

«Quell’anno attraversavo un periodo molto positivo. Dopo l’operazione, sentivo che il 2007 sarebbe stato l’anno del mio riscatto. Mi sentivo bene, qualsiasi cosa mi prefissavo di fare la raggiungevo. Mi riusciva l’impossibile: mi preparavo bene, anche se ho avuto dei piccoli infortuni. Come detto, però, mi veniva facile tutto: realizzai il nuovo record italiano e saltai 2.03 a Milano; dopo due settimane, in Giappone, replicai la misura. Fu soltanto nel 2011 che portai l’asticella a 2.04, superando il mio stesso record in Slovacchia. Attualmente sono miei il salto più alto indoor che outdoor italiano categoria femminile.

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Cosa ha pensato nei momenti immediatamente precedenti il salto?

«Ad Osaka mi ricordo che entrai in pedana sicurissima di me. Stabilì 2.03 al secondo salto: sentivo un’energia incredibile dentro, una pazzesca sicurezza nei miei mezzi. Ma non ho mai pensato ai record: sarebbe stato un limite mentale. Pensare che stai facendo qualcosa di importante può limitarti. Quanto accadde, invece, a Banska Bystrica fu qualcosa di diverso: in Slovacchia non mi sarei aspettata di riuscire a segnare l’attuale record italiano. Lo feci al terzo tentativo: in mente mi ripetevo “Adesso farò tutto quello che so fare nel migliore dei modi e ci provo”, fortunatamente andò benissimo. Sono stati due approcci totalmente diversi, anche perché erano passati 4 anni. Il problema non è arrivare a raggiungere determinati obiettivi, la problematica sorge nel mantenere ritmi ed aspettative alte. Se hai il talento riesci una volta, se hai anche testa sarai bravo per tutto l’arco della tua carriera».

Secondo lei ci sarà una donna capace di superarla?

«In questi anni a battere il mio record potrebbe essere una mia cara amica, che seguo costantemente in giro per l’Europa: Elena Vallortigara rappresenta presente e futuro dell’atletica leggera italiana. Per me 2.05 sarà la misura che salterà di qui a qualche anno: ha tutte le carte per farlo, è una saltatrice nata».

Cosa non le piace delle giovani generazioni e su cosa invece punterebbe per far sviluppare nuove figure sportive di caratura mondiale?

«Ho notato che i giovani, con un nulla, fanno voli pindarici, iniziano a camminare un metro da terra, a sentirsi delle star: è la cosa più errata che si possa fare. Nel momento in cui inizi a sentirti arrivato, devi porti nuovi obiettivi, abbassare la testa e lavorare umilmente. Di contro, devo dire che i ragazzi di oggi sono molto più svegli ed intelligenti. Hanno una grossa creatività. E’ difficile però fare un paragone con 20 anni fa: c’erano meno distrazioni, abbiamo vissuto in maniera più serena. Quando ho a che fare con i giovani mi rendo conto che hanno un modo diverso di rapportarsi».

Quanto è importante oggi lo sport per i giovani?

«Fondamentale. Prima di tutto per la salute: oggi la società ci porta a mangiare cose meno sane rispetto a qualche decennio fa. Lo sport è la chiave di volta per mantenersi sempre giovani ed attivi. Nelle scuole bisognerebbe praticare maggiore attività sportiva: ho visto ragazzi volenterosi ma non seguiti, ma anche professori che si impegnavano per far correre gli alunni, ma questi non si impegnavano. Allenandoci dormiamo meglio, liberiamo endorfine, scarichiamo lo stress e siamo portati a mangiare meglio».

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