“Applicativo 18”, senza dignità in cella

di Rita Bernardini

“Applicativo 18” e il gioco è fatto. La sentenza Torreggiani è storia del passato. Bastano tre metri quadri a detenuto, non importa se inzeppati di letti, armadietti e altre strutture fisse. L’importante è che il carcerato abbia tre metri quadri in cella: se si scende sotto, scatta l’allarme e il malcapitato verrà spostato per godere del suo “spazio vitale”.

Certo, non stiamo parlando di un suino adulto, perché la normativa riguardante le “procedure per il controllo del benessere animale negli allevamenti di suini” prevede che “i recinti, la cui superficie libera al suolo deve essere di almeno mq 6 per ciascuno, devono permettere all’animale di girarsi e di avere contatto uditivo, olfattivo e visivo con altri suini” .

No, qui stiamo parlando di uomini e donne privati della libertà e perciò incarcerati in una delle 190 strutture penitenziarie italiane.

Non importa che una sentenza della Cassazione abbia stabilito che “lo spazio disponibile in cella va inteso come libero per permettere il movimento e l’esplicazione delle connesse funzioni strutturalmente legate allo spostamento dinamico della persona”.

Il Ministero della Giustizia ha stabilito altro, dando precise indicazioni anche ai magistrati di sorveglianza chiamati ad accogliere o meno le istanze risarcitorie dei detenuti che ritengono di essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti. L’applicativo 18 stabilisce invece che i 3 mq devono essere calcolati come “superficie strutturale” e cioè al netto del servizio igienico laddove esso sia effettivamente separato dalla camera detentiva e al lordo del mobilio, compreso quello fisso.

Ed è così che mi riviene alla mente il carcere Fuorni di Salerno, che ho visitato il 20 novembre scorso con una delegazione del Partito Radicale: i miei compagni Donato Salzano e Fiorinda Mirabile e altri avvocati fra i quali il Presidente della locale Camera Penale, l’avvocato Michele Sarno. Le cifre che ci fornisce il Direttore Stefano Martone sono di per loro eloquenti, in 366 posti deve farci entrare 500 detenuti, tanti erano il giorno della visita. 98 sono in attesa di primo giudizio, 52 attendono il giudizio d’appello e 27 sono ricorrenti in cassazione. I detenuti condannati definitivamente sono 242, mentre coloro che hanno un posizione mista sono 106. 72 sono gli stranieri presenti.

Quanto al sovraffollamento, un conto è immaginarlo, un altro è vederlo con i propri occhi, cosa che abbiamo fatto per 4 ore e mezzo.

Nei camerotti al maschile, in ambienti totalmente fatiscenti, troviamo anche 7 detenuti “sistemati” in letti a castello a due piani: per l’applicativo 18 è tutto a posto, lo spazio libero per permettere il movimento è assicurato: checché ne dica la Corte di Cassazione, basta imparare a camminare sui piani dei letti a castello o sugli armadietti. Certo, l’umidità si fa sentire, i materassi di gommapiuma sono bagnati perché, oltre alle perdite dalle tubature, quando piove entra l’acqua dalle finestre. Le mura delle celle sono sporche ed è usuale trovare fogli di giornale appiccicati alle pareti per coprire il sudiciume prodotto da precedenti, lontane detenzioni. Quanto al riscaldamento, il giorno della nostra visita coincideva con il giorno della prima prova in vista della stagione più fredda; risultato del test: termosifoni gelati… occorre evidentemente una più approfondita messa a punto considerata la vetustà delle caldaie che infatti ha richiesto nel tempo continue riparazioni.

Voi direte, beh c’è un po’ di disagio nelle cosiddette “stanze di pernottamento” (non si chiamano più celle, perché secondo disposizioni ministeriali lì ci si dovrebbe solo dormire), ma per il resto “fervono le attività”. Errore. Su 500 detenuti, solo 113 lavorano (23%) e lo fanno per poche ore al giorno (il che vuol dire che al massimo si percepiscono 250 euro al mese) e per pochi mesi all’anno perché vige la rotazione per i lavori domestici in carcere, gli unici possibili a Salerno considerato che sono state dismesse tutte le lavorazioni. Se nelle sezioni del maschile qualcuno ha la possibilità almeno di studiare (c’è l’istituto alberghiero), nella sezione femminile, che ospita 41 donne, abbiamo trovato un’atmosfera tesissima: lì la scuola proprio non c’è e solo 6 detenute svolgono lavori domestici; manca l’acqua calda da un mese e non c’è la cucina cosicché i pasti (immangiabili a detta delle detenute) arrivano (freddi e incollati) dalle cucine del maschile.

Quanto alla sanità, abbiamo rilevato grande preoccupazione e prostrazione da parte di tutta la popolazione detenuta e forse non è per fatalità che nel corso del 2018 siano morte tre persone, l’ultima, una donna di 44 anni, si è suicidata il 1°novembre scorso. I casi psichiatrici del resto sono molti, così come i tossicodipendenti difficilmente gestibili nelle ristrettezze di una struttura penitenziaria. Abbiamo visto piangere un detenuto per un dolore insopportabile alla lingua: gli davano la solita pillola che in carcere cura tutti i mali, ma non gli passava ed appariva disperato con il volto solcato dalle lacrime; una donna aspettava da tempo di essere visitata per un piede gonfio e dolorante, un’altra era in lista d’attesa da due anni per una visita neurologica e un’altra ancora era incompatibile con il regime carcerario e la direzione stava cercando di individuare fuori regione una struttura adeguata “perché in Campania non ce ne sono”. Infine, la magistratura di sorveglianza – che dovrebbe per legge seguire il percorso individualizzato di ciascun detenuto verso la risocializzazione – a detta dei detenuti (ma con riscontri esterni), è totalmente latitante e ostile.

Siamo dunque ben lontani, per quel che riguarda il carcere di Fuorni, dai parametri costituzionali riguardanti la finalità delle pene. L’applicativo 18 non solo non ci tranquillizza per il modo in cui è stato concepito, ma per l’interpretazione che attraverso di esso si è data della condanna della Corte Edu del 2013 (sentenza Torreggiani), riducendola ai tre-metri-quadri quale parametro ideale per la vita detentiva. Al Ministero, i governi che si sono succeduti, non l’hanno letta quella sentenza, tanto che da allora, cioè dal 2013, non sono state fatte quelle riforme strutturali capaci di ridurre e stabilizzare la popolazione detenuta per dare più spazio alla risocializzazione, all’affettività, al reinserimento. Siamo già a 60.000 con un ritmo di crescita di 2.500 detenuti all’anno e con il fardello di ben 58 suicidi in questo 2018 che non si è ancora concluso.

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