«Il Ministero dell’Interno ci chiese un risarcimento danni»

di Vittorio Cicalese

Osvaldo è un padre di famiglia. Come tutti i padri, lavora non solo per passione ma anche e soprattutto “per portare il pane a casa”. Per sua moglie, per i figli. Le sue lotte e il suo impegno, dopo la morte di Massimo, non si sono arrestati. Sin dall’inizio della tragica vicenda giudiziaria ancora in corso.

Questa situazione assurda ha visto la sua famiglia spiazzata…

«Non ci siamo mai trovati, almeno io e la mia famiglia, in situazioni che prevedessero di dover combattere con i tribunali. Non sapevamo nemmeno come comportarci. La gente mi diceva: “Devi metterti un avvocato, è urgente”. Io dicevo: “Perché? È lo Stato che mi deve tutelare”. Erano giorni in cui la testa non andava, non c’era molta chiarezza nei miei, nei nostri pensieri. Dopodiché mi sono affidato a un avvocato esterno, che mi ha seguito inizialmente tutta la pratica. Visto che però non avevo risposte di alcun tipo ed era un continuo attendere, ho cambiato avvocato rivolgendomi a Cristiano Sandri del foro di Roma (il fratello di Gabriele, ucciso dalla polizia nel 2007 nel corso di uno scontro tra tifosi, ndr), che attualmente sta seguendo tutto l’iter. Con Sandri siamo andati più volte in Procura per chiedere al Pubblico Ministero cosa si volesse fare, se c’era volontà di procedere. Per sapere cosa si stesse facendo a riguardo».

Durante il ricorso in appello, a Potenza, l’imputato chiese di far parlare due suoi testimoni…

«Sì, erano altri due carabinieri: loro portavano avanti una loro tesi ma non dicevano tutto, fino a che non sono stati richiamati alla responsabilità dal giudice in quanto garanti della legge, accorgendosi che loro non stavano raccontando il vero. Il giudice che ha seguito tutti i passaggi della vicenda ha attaccato con forza i due carabinieri, urlando frasi del tipo “Voi siete tutori della legge, perché non dite le cose? Perché non le avete scritte quando è accaduto il fatto?”. Dopo gli interrogatori non sapevano neanche più da dove si uscisse, per quanto erano spaesati. Lì ho visto un giudice che cercava davvero la verità, senza camuffare la realtà o proteggere necessariamente qualcuno. Lo stesso giudice permise a tutti di entrare dentro durante l’emissione della sentenza, prevista a porte chiuse. Entrarono tutti i ragazzi, fu un momento di forte commozione già quando ci dissero che “la sentenza è pubblica, possono entrare tutti”. Speravamo davvero che fosse finito tutto lì».

Cosa vi aspettate che succeda, a febbraio?

«Ci aspettiamo che sia confermato quanto già scritto nelle carte. Le testimonianze dicono tutto, e quelle non possono più essere toccate, quindi qualsiasi giudice prenderà questo caso dovrà attenersi a cosa è già stato fatto a Potenza, quindi aspetteremo una conclusione di tutto questo calvario, lì a Salerno».

Nonostante il ribaltamento di un caso come quello di Magherini?

«Non ci fa vivere bene l’attesa, è chiaro. Però è anche chiaro che ormai è tutto nero su bianco, le testimonianze pure, sono tutte registrate. Se vorranno fare qualcosa di diverso, dovranno creare per forza un precedente e creando un precedente poi si andrà avanti verso la Corte Europea, proprio come nel caso di Magherini».

Dopo l’avvio del procedimento giudiziario, ci sono state subito delle incongruenze…

«Noi all’inizio abbiamo protestato con forza, perché lui (il carabiniere imputato, ndr) prestava ancora servizio nel paese (a Buonabitacolo), e non era bello per noi e per tutta la cittadinanza. Era quasi una forma di provocazione nei nostri confronti, ma lo era anche da parte dei superiori dell’imputato. A quel punto ho dovuto scrivere un po’ a tutte le parti politiche, sia del territorio sia nazionali, e dopo un po’ ho ottenuto risposta dall’onorevole Roberto Maroni che me l’ha data senza pensarci, dicendo che “per pari opportunità sarebbe opportuno quantomeno allontanare il militare, non escluso dall’arma ma almeno allontanato”. Lui ogni giorno era in tribunale, per ragioni lavorative, interagiva col Pm che seguiva il suo caso. Ci sembrava un fatto assolutamente inconsueto e sicuramente non bello, per cui sono partite tutte le manifestazioni, culminate in un consiglio comunale monotematico in cui il sindaco si è messo a disposizione per chiedere l’allontanamento della persona dal territorio. Allontanamento che avvenne da Buonabitacolo ma non dalla procura. Continuò a lavorare qui».

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Massimo Casalnuovo

Lei è attualmente indagato per abuso edilizio…

«Questo è veramente assurdo. Un artista del luogo ha proposto di realizzare un’opera per Massimo e per la comunità: si tratta di una scultura che non aveva le sembianze di mio figlio, perché non lo avrei mai accettato. Ha realizzato una sorta di spirale che rappresenta i valori imprescindibili della vita. Inizialmente, quando l’ha donata, mi dissero: “Qualcuno dovrà firmare per la posa”. Risposi: “Firmo io, qual è il problema”, quindi firmai l’acquisizione di questa scultura. Lì è partito il reclamo da parte dell’Arma. A quel punto ho rigettato tutto, dicendo al Comune che se la sarebbero dovuta prendere loro. Il Comune, con delibera di giunta, l’ha acquisita e messa nel luogo selezionato. Mancava qualche documento, ma attualmente siamo accusati di abuso edilizio per 9 capi d’imputazione tra attività sismiche, inondazioni e altro ancora. Oltre me, gli imputati sono gli allora sindaco, vicesindaco e assessore che si incaricarono di eseguire questo passaggio. Parliamo di una struttura che pesa all’incirca un quintale e 20, in lamiera. Hanno prima sequestrato la statua, poi l’hanno tagliata e portata via senza dire niente a nessuno, perché altrimenti non l’avrebbero potuta togliere. Avremmo potuto mettere a posto la documentazione, invece hanno tagliato la statua e provveduto ad accusarci, proponendo questa ennesima provocazione da parte dell’Arma».

Si poteva evitare, tutto questo?

«Non era proprio il caso di intervenire in quel modo. I carabinieri conoscevano mio figlio, tutti si conoscono a Buonabitacolo. Avrebbero potuto, tranquillamente, venire a casa nelle ore successive e dirmi che non si era fermato al posto di blocco». A casa è tutto più difficile… «Non è facile parlare di un figlio di 22 anni che non c’è più perché i tutori della legge si sono comportati in modo irresponsabile. In casa è tutto molto difficile. A volte non sai come fare con gli altri figli. Puoi dire loro “sono cose della vita, può capitare” ma alla fine lo sanno che non è così. Noi ci stiamo imbottendo di psicofarmaci, non si riesce nemmeno a dormire la notte. Nel primo periodo siamo stati tutti in cura da uno psicologo, cosa che non ho mai detto a nessuno ma è giusto che si sappia. Anche la scelta di Cristiano Sandri, il fratello di Gabriele, non è stata un caso: oltre all’avvocato mi serviva una persona che mi indicasse la strada, dicendomi come comportarmi a casa in determinate occasioni, altrimenti saremmo impazziti tutti».

Non siete mai rimasti soli, però…

«Le associazioni ci stanno vicino, gli amici di Massimo non puoi neanche immaginare quanto. Ogni attimo sono qui, a casa. Io non voglio far perdere loro la speranza, così come non voglio che la perdano i miei figli. Dico loro: “La legge c’è, devono solo applicarla”. Abbiamo tantissimi amici nell’Arma che spesso vengono a casa a solidarizzare verso la nostra causa. Solo che poi non possono esporsi perché sappiamo come funziona internamente, altrimenti lo avrebbero già fatto. Tante volte sono venuti anche alle nostre manifestazioni».

Da un lato il sostegno, dall’altro le batoste da parte dello Stato…

«Abbiamo ricevuto il sostegno indiscusso di tutti, eccezion fatta per l’Arma, da cui non abbiamo mai ricevuto niente se non una richiesta di risarcimento danni. Ce la inviò il Ministero dell’Interno, quattro anni fa circa, una ventina di giorni prima della prima udienza. Le famiglie Aldrovandi e tante altre, con le quali abbiamo creato un unico gruppo, mi avevano già avvisato su alcune loro modalità. Mi dissero: “Cercheranno di ostacolarvi in qualsiasi modo, querelandoti anche quando parli per tagliarti le gambe”. Grazie a loro, per queste cose, ci siamo trovati già pronti a lottare contro tutto questo».

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