Gratta e vinci

di Vincenzo Benvenuto

Ho fatto il colpo gobbo, addirittura banale nelle modalità, ma sconvolgente quanto alle conseguenze. «Mimmo, dammi un gratta e vinci di quelli da cinque euro. Pigliane uno qualsiasi, tanto già c’ho messo la croce sopra a ‘sti soldi». Eccole le dita tozze e sudaticce del tabaccaio che avresti detto più a loro agio tra i pistoni e le valvole di una 1100 che a rovistare tra i cartoncini colorati. Con un sorriso che già si atteggia a consolazione per un’altra sconfitta, mi fa scivolare un gratta e vinci sulla cinque euro di resto abbandonata sul bancone.

Mi guardo intorno con circospezione. Il far inghiottire il tagliando milionario dalle pagine dell’agenda e il precipitarmi fuori dal tabacchino, è tutt’uno. Lontano da occhi indiscreti, per quella sensibilità contadina che ti fa maledire ogni euro speso a coltivare illusioni, mi siedo su una panchina, di spalle alla strada. Mi armo di cinquanta centesimi. Gratto, come sempre, prima due miei numeri, e poi cerco la conferma della loro presenza tra quelli vincenti giù in basso. E ancora altri due numeri, e l’ennesima discrepanza tra quelli che ho e gli altri che dovrei avere, mi fa riprendere a grattare. La monetina da cinquanta centesimi, ormai, scarrozza disillusa su macerie argento-sconfitta. Un numero, quattro. Due numeri, entrambi quattro. Al di sotto del quattro, nel riquadro della quantificazione, una strusciata decisa come l’azzardo o lenta come un’agonia? Basta. Imprimo forza alla circonferenza della moneta, e gratto via deciso.

Cinquecentomila euro. La somma giusta per giustificare un mancamento. Ok, mi riprendo, tenendo sempre stretto in mano, quasi una seconda pelle, il gratta e vinci del riscatto. Cinquecentomila euro. La somma giusta per mandare a fanculo le pratiche stitiche, i colleghi spocchiosi, i clienti ingrati: gli ingranaggi della mia alienante produzione. Lontano. E’ una vita che ci voglio andare. Sì, proprio lì, lontano.

…lontano/lontano/oltre Milano/oltre i gasometri/oltre i manometri/oltre i chilometri/e i binari del tram…

Sono sulle acque più estese del pianeta. Navigo sull’Oceano Pacifico, a bordo dell’Esmeralda, lungo la rotta di Vasco Nùnez de Balboa. Soprattutto, sono lontano da tutto quello che ha a che fare con la civiltà, con le convenzioni sociali, con l’eterna efficienza. Mi trovo in compagnia esclusiva della mia mente, del mio cuore, del mio ventre. Niente costume, niente ciabatte, niente diaframmi tra me e la natura. Sono nudo, a contatto diretto con lo spirito del mondo.

D’un tratto, a pelo d’acqua, a mo’ di vessillo del consumismo, riaffiora il Mazinga Zeta dell’infanzia che fu con tutto il suo armamentario traslucido. Sotto di esso, un continente immenso di lampi e bagliori bianchi, rossi e blu. Tutto intorno, per chilometri e chilometri, l’apocalittico continente di plastica che promette estinzione.

…la luna la luna/degli ululati/lascia ai poeti/la classicità/ Là voglio arrendermi/in braccio a una musica/che chiude il discorso/dell’urbanità.

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