Luci e arte

di Alessandro Rizzo

Ancora a parlare delle Luci d’Artista? No, basta. Piuttosto concentriamoci sull’arte. Le luci, al più, dovrebbero essere un dettaglio, uno strumento, un mezzo di valorizzazione. Non una (pretesa) opera d’arte in sé. Vorrei tornare su questo concetto tra un momento, però.

Prima voglio soffermarmi su due commenti decisamente più autorevoli del mio, uno che riguarda Salerno, negativo, espresso da Isaia Sales e uno che riguarda Venezia, entusiasmante questo, di Pierluigi Panza sul Corriere. Due concetti distanti, due critici molto diversi anche da un punto di vista -se si può dire così- politico e due città agli antipodi. Il pensiero di Sales credo sia ormai noto ai salernitani, a cominciare dall’accostamento ideale e utopistico tra il meridione d’Italia e Berlino. Forse già lì si sarebbe dovuta intravedere la sua delusione per un mezzogiorno incapace di fare della cultura il proprio volano. Non divaghiamo, per Sales le luci sono brutte. Motivatamente peraltro. Ma io non voglio parlare di luci, almeno non di luci intese come oggetto d’arte.

Vorrei invece tornare a Panza perché leggere il suo articolo su Venezia mi ha fatto capire in cosa, forse, noi qui sbagliamo. A Venezia hanno deciso di usare le luci per quel che sono o dovrebbero essere: uno strumento. Con un uso sapiente di led high-tech del tutto invisibili la città ha messo nientedimeno che il Tintoretto -è il caso di dirlo- sotto una nuova “luce”. Una mostra definita monumentale a Palazzo Ducale (che andrà poi a Washington) ha messo in risalto grazie a nuove e tecnologiche luci la tavolozza-scrigno che è la Scuola Grande di San Rocco. Si è occupato di tutto un grande lighting designer, Alberto Pasetti Bombardella, e una impresa leader nel settore, iGuzzini.

Avete capito bene, una commistione pubblico/privato che non solo non fa -e non deve fare- scandalo, ma che risulta sempre più conforme e omogenea ai dettami europei, che vedono il partenariato pubblico privato come una soluzione a molti problemi; ovviamente se ben usato. All’inaugurazione il ministro per i Beni e le Attività culturali Alberto Bonisoli, il quale ha dichiarato «qui alla Scuola siamo di fronte a una riuscita collaborazione tra il pubblico e un privato all’avanguardia nel servizio della bellezza».

La bellezza. È qui che si capisce il nostro errore. Le luci non sono arte, ma sono il mezzo per valorizzare l’arte. Grazie ai led alla Scuola Grande di San Rocco è stato possibile vedere particolari ignoti come l’arresto di «Gesù nel Getzemani». L’illuminazione si concentra sui teleri della Sala Capitolare, dei quali Tintoretto non lasciò libero neanche un solo centimetro quadrato, dipingendo tutti gli spazi con scene dall’Antico e dal Nuovo Testamento. Circa 500 metri quadrati di opera d’arte in 33 teleri fissati al soffitto, i cui dettagli e particolari sono visibili ai visitatori soltanto oggi grazie alle luci.

Sicché ho cominciato a fantasticare. Ho pensato ad un esperimento analogo a Salerno. Ho pensato che con le luci, invece di disegnare fiabe, si potrebbero valorizzare dettagli di antichi palazzi, dei bastioni del centro storico, del Teatro Verdi, del Castello di Arechi, sul quale si potrebbero inscenare antiche rievocazioni attingendo a piene mani ad un parterre tutto salernitano di bravissimi attori di teatro; in scena, che so, l’arresto di Gesù nell’orto del Getsemani. Un progetto del genere potrebbe funzionare tutto l’anno e non solo a Natale. Potrebbe attrarre, forse, un turismo di maggiore qualità, più durevole nella permanenza, più incline a spendere. Attorno a questo turismo potrebbe svilupparsi una cultura dell’accoglienza un po’ più scientifica e professionale. Si potrebbero illuminare i versi di Gatto, come a Bologna quelli di Dalla. Si potrebbe forse rendere Salerno una città europea.

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