E allora il Piddì? Il partito ne alimenta l’eco

di Alessandro Rizzo

E allora il Piddì? Sembrava fosse finito il tormentone e invece lo stesso Partito Democratico ne alimenta l’eco dando ulteriori dimostrazioni di una sfaldatura che, a questo punto, non riguarda più l’organizzazione del partito, ma la sua stessa identità.

Non si può negare che, per quanto tutti ci abbiano creduto, il Pd sia un partito nato male. Già l’esperimento che fu l’Ulivo rivelò da subito quanto fosse complicato far convivere i democristiani coi comunisti. Però allora almeno sia gli uni che gli altri erano ben abituati ai “correntismi” e così tutti si convinsero che forse in fondo sarebbe stato sufficiente fare come sempre. E in fondo avrebbe potuto funzionare, basti pensare che il gruppo dirigente dei Giovani Democratici alle politiche del 2001, al massimo, saltò la scuola perché sede di seggio elettorale. Ma non è bastato questo ad omogeneizzare le varie “anime”.

Personalmente non ho mai creduto in Renzi. Preferivo Bersani. Non serve avere un buon venditore di enciclopedie se poi il prodotto da vendere è scarso. Meglio investire su buoni ricercatori e attendere che l’enciclopedia, poiché di qualità, si venda da sola. Oggi quel che sta accadendo nella corsa alla segreteria nazionale è specchio di questa eccessiva disomogeneità. Il fatto che Minniti si sia ritirato è quasi irrilevante. Quel che è grave è che lo strascico di Renzi continui a dare colpi di coda. Che si pensi a Martina o che si pensi a Minniti, poco cambia.

Ha voglia Renzi a sottolineare di aver avuto con Minniti delle frizioni. Poco conta che lo stesso concorrente, prima di ritirarsi, abbia tenuto a precisare di non essere uomo di Renzi. Gli italiani saranno anche analfabeti funzionali (secondo l’indagine Piaac, non lo dico io), ma scemi no. Il problema di fondo è che Minniti è stato ministro con Renzi, così come Martina. Ora, mi domando, dal momento in cui il 4 marzo il popolo italiano ha scelto il cambiamento, ha scelto di non voler avere più nulla a che fare con questi signori, la loro candidatura non è forse l’ennesima conferma di quanto il Pd sia distante dalle gente? La loro tenacia non appare come una qualità ma come un’ostinazione, un attaccamento al potere. In questo senso, non male Zingaretti, che coi suoi pro e i suoi contro, amministra, è uomo del fare.

Continuare poi a parlare di cosa farà Renzi è un tema a dir poco stucchevole. Qualche giorno fa ha affermato al Corriere che lui non fonderà un altro partito, che questa è una voce messa in giro da chi vuol far credere che lui vorrebbe ammazzare il Pd. C’è da fidarsi, avrà pensato Enrico Letta, memore di quello “stai sereno” che gli garantiva che non avrebbe mai preso il suo posto. Insomma, in quanto a promettere, Renzi e Di Maio sono molto vicini. Quanto all’ammazzare il Pd, non è fondando un altro partito che ci riuscirebbe. Ci è già riuscito guidandolo.

A questo punto le incognite da considerare sono due: se Renzi fondasse un partito, chi sarebbe disposto a seguirlo? E se il Pd è morto, da quali ceneri rinascerà la fenice? Un buon punto di partenza dovrebbe essere il recupero del legame con la gente, il ricominciare a parlare la lingua delle persone comuni, l’attenzione per la scuola e l’università, per la sanità e per il terzo settore. Temi ormai dimenticati, che tuttavia continuano ad essere le fondamenta vere di una società civile, di una Nazione civile. E per far questo, Minniti, a mio avviso, non sarebbe stato adatto.

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