San Genesio, culla del teatro popolare

di Vittorio Cicalese

Teatro sociale, teatro popolare. A Salerno, tutto questo era racchiuso tra le mura del teatro San Genesio, in vicolo Guaiferio 32. Il teatro popolare salernitano, in particolare, ha avuto una triplice veste in città dopo il terribile terremoto del 1980 che costrinse il Massimo cittadino a chiudere le proprie porte per diversi anni: il San Genesio era infatti un tre in uno, poiché costituiva luogo di aggregazione, formazione e cultura.

LA NASCITA DEL SAN GENESIO. «Il teatro è nato perché due persone, Regina Senatore e Alessandro Nisivoccia nel 1964 decisero di prendere un locale in via Pio XI. Successivamente, nel 1971, presero in gestione quegli spazi di vicolo Guaiferio che poi sono diventati quelli del Sangenesio. Non ricordo nel dettaglio perché spostarono la sede: di certo c’è che il Sangenesio, come lo conosciamo noi, è nato nel ‘71. Quella sede infatti nel 2011 festeggiò i suoi 40 anni di attività. È nato perché già c’era un progetto, solo che poi hanno virato su quello spazio nel centro storico cittadino e da allora sono sempre rimasti lì».

Anna Nisivoccia, il teatro San Genesio fu un’alternativa al Verdi post-terremoto?

«È stato un luogo frequentato da molte persone che seguivano, oltre alle prove, anche dei corsi di teatro aperti. Durante l’anno, infatti, c’erano tantissimi giovani che venivano lì durante la settimana a seguire i corsi di teatro. Sicuramente fu un punto di riferimento notevole. All’epoca, poi, con il teatro Verdi chiuso dopo il terremoto, molti teatri amatoriali si sono innalzati di livello pur essendo teatri aperti esclusivamente a livello privato: in questo senso anche il San Genesio faceva da punto di riferimento con il Massimo cittadino chiuso. Noi non ce ne ricordiamo perché eravamo piccoli, ma forte è stata l’incidenza dell’illegalità anche dinanzi al Verdi, ai tempi, con episodi registrati di tossicodipendenza alla luce del sole. Quando le persone giungono in un luogo per vedere uno spettacolo, o altre vengono durante la settimana per vivere quello spazio, questo non è più vuoto. Ora invece abbiamo luoghi abbandonati, spesso meta di persone che svolgono attività anche criminali. Spesso, davanti al San Genesio, abbiamo assistito anche a risse piuttosto violente, con persone che andavano via col capo sanguinante. Nel periodo storico in cui il Verdi era chiuso c’erano solo iniziative a livello privato, mentre dopo la chiusura si è andata verificando sempre più una situazione che definirei molto pericolosa. Il boom della movida al centro storico, che oggi si è trasformata in quella che vediamo con le Luci d’artista, creò un ritmo più sostenuto e presente che dava spesso adito a espressioni di pessimo livello: gente con le armi, per dirne una. È chiaro che se apri le porte a un teatro fai tanta differenza. Come San Genesio siamo stati uno dei punti di riferimento più stabili, resistendo per così tanti anni. Onore a mamma e papà, 40 anni sono una vita».

Il San Genesio, intanto, ha le porte chiuse…

«Io e mio fratello non abbiamo mai avuto intenzione di recuperare quello spazio, ben consapevoli del fatto che mantenere in attività un’area del genere non ci era possibile. Il fitto avrebbe dovuto aumentare a 3mila euro al mese, nel 2011, ma non siamo mai arrivati a pagare tale cifra. Noi ci fermammo un po’ prima, non ricordo quanto pagasse papà all’epoca. All’epoca ci trovammo a chiedere, dopo la morte di mamma, un posto dove poter eventualmente conservare il materiale storico in dote: da quell’incontro non c’è stata nessuna evoluzione. Né io né mio fratello abbiamo pensato di insistere, considerando che ci costò notevolmente già chiedere una cosa del genere all’Amministrazione che ci avrebbe visti come volontari rispetto a questo progetto. Volevamo allestire una sorta di museo, dall’altra parte ci proposero di riaprire il Sangenesio ma ci volevano 400mila euro. Finì lì. Noi non abbiamo mai pensato di insistere, perché ci sembrò anche abbastanza deprimente, più che altro perché non si riconosce ad una storia la sua validità, la sua forza. Per esempio, sono convinta che se i governi del mondo investissero tutto sulla cultura, avremmo risolto la gran parte dei nostri disagi in una società fallita. Avere un luogo che si può paragonare tranquillamente a un presidio di legalità è fondamentale, perché quando fai partire un presidio artistico, raggiungi l’obiettivo già per il solo fatto di offrire un’alternativa al delinquere. Nel momento in cui le amministrazioni tutte, perché non è un problema solo salernitano, non capiscono che si potrebbe veramente dare un ottimo contributo alla società, reinvestendo sui campi dell’arte e creando un indotto potenziale che non viene tenuto proprio in considerazione: scenografo, costumista, truccatore, per dirne alcuni. Quante figure potrebbero essere inserite? Quanti giovani potrebbero acquisire competenze in questi campi anziché accettare lavori a nero o sottopagati? Oggi i giovani di 20 anni vanno a lavorare 12 ore al giorno in un supermercato per 600 euro al mese, ma questa non è vita. Questo è sfruttamento».

Se il Comune di Salerno, oggi, decidesse di investire per la riapertura del San Genesio?

«Non potrei che esserne contenta. Non si fa perché c’è mancanza di volontà, ma non solo di questo gruppo politico che ormai gestisce le attività a Salerno da tempo. Non c’è volontà politica, ma c’è anche ignoranza perché tanti amministratori non sanno neanche da dove si potrebbe cominciare. A Salerno abbiamo avuto un esempio tra tanti, la Casa dei creativi, dove ai tempi c’era l’amianto e a terra c’erano mattonelle. Si ha bisogno di strutture interne adeguate. C’è sempre qualcosa che “è meglio non fare, è meglio non dire”, non si sa mai per quale motivo. Ci siamo sentiti dire spesso: “Se lo do a te poi lo devo dare a tutti”. Anche nelle scuole ci sono insegnanti e presidi che fanno teatro nelle scuole ottenendo contributi regionali o ministeriali con Pon, bandi e altro, poi però mettono su carta figure che più o meno hanno fatto alcune cose ma i soldi poi scompaiono. I progetti collegati a questo comparto scompaiono per questo: i soldi non sono usati come si deve, la società fondamentalmente è malata in questo senso. Addirittura, siamo arrivati a ritenere Luci d’artista un esempio di cultura e di evento artistico. Questo è lo specchio di quello che siamo, di quello che è Salerno».

Oggi vive il Centro Studi Regina Senatore…

«L’esigenza che hanno un po’ tutti quelli che si occupano di teatro è quella di avere un posto tuo, in cui decidere come e quando fare le prove. Autonomia, insomma, preferibile rispetto a un posto dove devi chiedere il permesso per entrare. Qui noi paghiamo con le nostre forze, come stabilito da chi ci opera all’interno, ma abbiamo le chiavi in mano. Quando mamma è venuta a mancare ho avuto quest’idea, per cui ci si potrebbe chiedere “perché non lo avete fatto prima?”. Beh, mamma e papà erano vivi e hanno chiuso il San Genesio, senza fare mai storie, soprattutto su scelta di mamma. Poi la scomparsa di mamma ci ha indotti a muoverci per trovare uno spazio adatto per fare una cosa del genere. Volevamo uno spazio piccolo, lo abbiamo trovato, quindi abbiamo portato un po’ di cose conservate negli anni come costumi, copioni, foto, ritagli di giornale e altro ancora. Stiamo facendo ancora riversare molte Vhs che abbiamo a disposizione per avere un repertorio video che permetta di vedere com’era il San Genesio. La memoria storica, bene o male, ha una sua collocazione. Il padre di un ragazzo che studia chitarra qui da noi, ad esempio, si è commosso vedendo in un vecchio manifesto il nome del padre che lavorava con i miei genitori. Chi volesse ritrovarsi, può farlo».

Chi studia teatro oggi ha ambizioni diverse rispetto a chi lo faceva al San Genesio?

«L’aspetto amatoriale, che poi è quello che io preferisco di più, emerge oggi nella misura in cui tu non vuoi farlo per lavoro ma lo fai comunque. All’epoca, c’erano persone che lo facevano per hobby e piacere personale. La differenza è che c’erano persone che poi sono diventate attori professionisti o anche cantanti: Teresa De Sio, ad esempio, frequentava il San Genesio proprio nel primo periodo. Ci sono stati altri anche meno famosi che poi hanno continuato a livello professionale. La differenza è che potevi trovare sia l’amatore sia tante persone interessate a continuare a livello professionale. Qui al centro studi, se qualcuno volesse accostarsi al corso professionale, gli direi non venire. Non perché io trasmetta cose diverse tra teatro amatoriale e professionale ma se vuoi fare teatro a livello professionale il centro studi non fa per te. Si possono indicare e indirizzare alcune strade, ma certo non si ha quell’impronta che consente di diplomarti e fare l’attore. Forse l’unica differenza è nell’approccio delle persone, a parte i bambini, ma gli adulti sanno di vivere un luogo dove al centro mettiamo il benessere della relazione e lo stare bene in una relazione creativa. Se ci fosse stato ancora il San Genesio? No, non avrei comunque tenuto in considerazione il livello professionale. Dopotutto, è sempre stato identificato come luogo per il teatro amatoriale».

L’IPOTESI DI SINERGIA CON LE NATELLA. «Loro si sono ritrovati senza un papà, noi senza una mamma. Ognuno di noi però ha cercato di fare qualcosa. Hanno cercato di tenere in piedi ciò che Peppe ha fatto e continuano a fare, per fortuna, quello che faceva il padre. Sappiamo che in quel centro, più teatro si fa e meglio è. Non si è mai pensato di unire le forze? E cosa volevi unire? Per certi versi è anche bello che certe cose finiscano. Il teatro insegna che lo spettacolo si inizia ma poi si finisce. Auguro, anzi, alle sorelle Natella di poter continuare tutto, perché non è semplice prendere in mano la situazione dopo tantissimi anni di gestione del papà. La loro è una scelta molto coraggiosa che apprezzo tantissimo».

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