Moretti al rush finale: a giugno il nuovo arcivescovo di Salerno

di Vittorio Cicalese

«Mi sono sempre mosso per costruire, mai contro». Sintesi perfetta dell’attività che, secondo monsignor Luigi Moretti, è stata svolta presso l’arcidiocesi di Salerno – Campagna – Acerno dal 2010 fino a oggi. Una sintesi necessaria, in virtù della sua richiesta di dimissioni presentata già a novembre a papa Francesco ma ufficializzata soltanto martedì.

Il Pontefice «ha accettato le dimissioni e mi ha chiesto di restare in carica. Resto, quindi, vescovo a tutti gli effetti», ha chiarito Moretti, facendo presente di averne dato notizia, pubblicamente, «al termine del ritiro fatto con il clero che è rimasto sorpreso». Moretti definisce la propria scelta «giusta e coerente» e sostiene che «non ci sono retropensieri», nonostante non abbia intenzione di abbandonare la Chiesa neanche quando sarà nominato il suo successore, cosa che «avverrà, orientativamente, al termine dell’anno pastorale, quindi prima dell’estate».

L’arcivescovo salernitano, infatti, precisa che si sistemerà «in una parrocchia con qualche sacerdote» perché «la diocesi di Salerno è diventata la mia chiesa, la mia vita». Un punto nodale, più che altro per evitare polemiche “interne” alla Curia sulla sua scelta di dimettersi dal ruolo di arcivescovo, riguarda la mancanza di volontà di «cercare cambi o promozioni. Non sono un vescovo di aeroporto». 

L’arcivescovo Luigi Moretti ha iniziato il suo percorso nell’arcidiocesi di Salerno – Campagna – Acerno il 10 giugno 2010. Prima dell’arrivo a Salerno, l’arcivescovo di Cittareale (in provincia di Rieti) ha ricoperto numerosi ruoli di assoluto rilievo sin dal 1998: prima vescovo nella Basilica di San Giovanni in Laterano, poi arcivescovo vicegerente di Roma dal 2003 al 2010. Un curriculum di tutto rispetto che, solo ad elencarlo, riempirebbe diverse colonne delle nostre pagine.

Già nel 2010, alla prima “occasione utile”, ossia in concomitanza con la festa patronale di San Matteo, l’arcivescovo si “chiarisce le idee”: durante la processione solenne, infatti, la folla ha mai risparmiato applausi e urla di elogio nei riguardi dell’allora primo cittadino Vincenzo De Luca.

La cosa, evidentemente, non fu gradita a monsignor Moretti che iniziò a polemizzare in forma lieve: nel corso della conferenza stampa di presentazione del programma 2011 della festività patronale, riferì che «le celebrazioni laiche si potrebbero spostare alla domenica successiva». Anche nel corso della Santa Messa, Moretti puntualizzò la sua volontà di ridefinire il concetto di “festa”, puntando «sul recupero dei valori religiosi, mettendo da parte gli aspetti più folcloristici».

Se però nel 2011 De Luca si limitò a dirsi d’accordo sul momento “assolutamente religioso”, ribadendo che la festività riguardava «anche un momento di gioia e divertimento», l’anno dopo la diatriba s’infittì con un “doppio colpo” ai danni dell’allora primo cittadino, prima per una polemica sui posti a sedere e poi per diretto coinvolgimento di Moretti, che incalzò riferendo: “Sarà una festa di fede e vieterò qualsiasi eccesso di folklore, foto con le paranze e qualsiasi manifestazione che vada oltre il senso della giornata religiosa”.

Il 2013 è un anno “particolare”: le polemiche sembrano passate in secondo piano, complice anche l’interessamento diretto del primo cittadino De Luca a dinamiche nazionali (da poco è viceministro alle infrastrutture e ai trasporti) ed è proprio per questo che Filippo Roma de “Le Iene” cercò di disturbarlo durante la processione per ottenere informazioni circa il suo doppio incarico.

L’arcivescovo, in questo caso, si limitò a sottolineare il fatto che la folla aveva applaudito forse troppo in occasioni non direttamente riferite alla processione: «Mi auguro che questa processione abbia raccolto più preghiere che applausi, altrimenti ci sta un grande equivoco», esclamò Moretti al termine della celebrazione. L’anno successivo, infatti, Moretti decise di non prevedere l’ingresso della statua di San Matteo a Palazzo di Città. Contestualmente, per evitare attacchi diretti, evitò anche di prevedere il saluto alla Guardia di Finanza (di cui San Matteo è santo protettore): De Luca, conscio della volontà dei cittadini di far sì che l’espressione del Santo patrono fosse valida sia sul gonfalone sia nei fatti, con il passaggio a Palazzo di Città, fece trovare le porte aperte permettendo ai capi-paranza di deviare leggermente il percorso. Nel 2015, in risposta a quanto accaduto l’anno prima, Moretti previde un incontro informale a cena con alcuni capi-paranza per invitare alla partecipazione alla cerimonia in modo consono alle aspettative prettamente religiose: la statua, in questo caso, non entrò a Palazzo di Città.

Lo stesso discorso, anzi anche più “forte”, si verificò l’anno dopo: il sindaco (non più facente funzioni) Vincenzo Napoli non previde neanche la presenza del gonfalone durante la processione, creando non poche polemiche nel post-festività. Il commento del primo cittadino, secco e amaro, riguardò la «mancanza di rispetto verso un’istituzione, una scelta incomprensibile», in riferimento alla motivazione ufficiale fornita da monsignor Moretti per vietare i due saluti (la conferenza episcopale “sanciva il divieto sacrosanto d’inchino ai luoghi della camorra”).

L’anno scorso e quest’anno, invece, i difficili ma riusciti accordi per l’ingresso della statua a Palazzo di Città pochi giorni prima della festa patronale: Moretti, soddisfatto dal dialogo proficuo con il sindaco Napoli e già relativamente frenato dalla forte labirintite, puntualizza che «il cercare consente sempre poi la possibilità di ritrovarsi».

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