Passeggiata senza guinzaglio

di Vincenzo Benvenuto

Doveva arrivare anche questo momento. Non che tu non me ne avessi anticipato l’epilogo, sia chiaro. L’ultima volta che ti ho proposto di «andare giù», mi hai guardato strano. E non era la solita stranezza.

Nossignore, non mi stavi deridendo perché continuavo a parlare di un giù che ormai non ci apparteneva. Ma che vuoi, noi esseri umani siamo strani. Ecco, per l’appunto, gli strani siamo noi che non riusciamo a rassegnarci all’idea che dove c’era un «giù», adesso c’è il «fuori» della casa in campagna. Tu ti sei fermato. Per la prima volta, hai fatto resistenza al guinzaglio, lo stesso che, appena un paio di mesi fa, doveva rincorrere le tue fughe in avanti.

Già, proprio come quella volta che, con un colpo di reni di una irruenza che sapeva essere solo tua, te ne sei liberato. Qualche ora dopo, ti sono venuto a prendere addosso a una cagnolina. Non so come spiegartelo ma, sì, adesso te lo posso dire, mi sono sentito tradito. Certo, lo so che è ridicolo, che è una cazzata, ma è come se in quel momento, ecco, tu non fossi stato più mio. D’altronde, non mi dire che un sentimento analogo non l’hai provato pure tu. Quando? Non fare lo gnorri: quando ho deciso di vivere la mia vita lontano da te, dalla casa in cui ho imposto la tua presenza.

E comunque, quel maledetto giorno, ti sei fermato. Contraddicendo le nostre sterminate passeggiate, il mio rantolare al cospetto della tua frenesia di annusare, pisciare, ruzzolarti in ogni piega di un percorso nuovo. Non avevi la forza. Ma il desiderio di non deludermi, di stabilire un ultimo contatto tra i nostri muscoli, tra le nostre diverse curiosità, era troppo forte anche per questo fottuto velo che immobilizza i tuoi occhi. Quando la mia mano si è posata sulla tua testa, però, hai dato un’ennesima prova della tua generosità. Li hai chiusi, quasi a voler incamerare l’ultima stilla del mio sudore che avresti saputo riconoscere tra mille. Hai annusato l’aria, disegnato una debole virgola con la coda, e sei venuto con me, come sempre senza chiedere niente di più di una complicità che è solo nostra. Sai, raccontano che noi uomini, prima di togliere finalmente il disturbo, avvertiamo il bisogno di toccare terra. È, per l’appunto, il c.d. «saluto alla terra».

Tu invece, con l’ultimo sguardo prima che i miei impegni mi facessero dimenticare di te, hai voluto raggiungere il cielo. Sempre avanti, tu. No, lo sapevi che non avrei pianto. Lo dice pure l’oculista che c’ho l’occhio secco come se non avessi mai versato una lacrima in tutta la mia vita. Ma tu lo sai che sono capace di piangere. Come quella volta che…, e come quell’altra in cui… Vabbè, ci siamo capiti. Per piacere, però, non dirlo a nessuno. Sai com’è, certi segreti, devono restare solo nostri. Proprio così: nascosti dal velo di una fissità che promette silenzio. Per gli altri, s’intende. Per me, e solo per me, il tuo lenzuolo ostinato non è nient’altro che lo schermo su cui proiettare le nostre complicità.

Sì, eccome se ci vedremo. Quando? Semplicemente allorché tutto ‘sto frastuono si sarà accordato a una ninnanannesca dissolvenza.

Vabbuò, te lo giuro, stavolta senza più guinzaglio e con la promessa di lasciarti finire il fatto tuo con quella simpatica cagnolina. Hai visto che il mio oculista dice solo cazzate? Non pensare a me, adesso. Dormi. Riposa. Sogna.

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