Aria fritta

di Vincenzo Benvenuto

Parafrasando l’ineguagliabile Mina, «la feste sono finite/gli amici se ne vanno…». Certo, ci sarebbe ancora l’Epifania, ma la megera in groppa alla scopa solletica solo l’ulteriore attesa dei piccini: dopo la strenna del ridanciano Papa Nöel, infatti, immancabile è il regalo confezionato per la Befana. Hai visto mai che i nostri piccoli fiammiferai subiscano il trauma di un solo cadeau? Comunque, una cosa è certa: a finire, appena qualche giorno dopo il cenone di capodanno, è l’aurea in cui siamo stati avvolti per tutte le festività.

Tranquilli, non si tratta di una presenza fisica. Anzi, a dirla tutta, ‘sta sostanza non è nemmeno visibile. Diciamo che se ne può percepire l’essenza, ecco. Come? Niente di più facile: se non avete ancora lavato il maglione, il cappotto, etc. indossati la vigilia di capodanno, andateli a prendere dal cestino dei panni sporchi.

Ora avvicinate il capo di abbigliamento al vostro naso. Arricciate le nasche come un cavallo? Eccola la prova dell’esistenza dell’aurea. Dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno, dal 24 dicembre almeno fino al primo gennaio, non c’è abito, cuoio capelluto o lembo di pelle che non puzzi di fritto; con retrogusto, a seconda dei casi, di calamaretto, gamberone, aragosta, triglia, e via di questo passo. Esagero? Nient’affatto. Proprio di qualche giorno fa è la notizia di Nasone, il miglior cane molecolare del mondo. Ebbene, ‘sto segugio, messo sulle tracce di un bambino momentaneamente scomparso, lo riconosceva in ogni cristiano incontrato per strada.

Il fatto è che l’aurea di fritto era troppo pervasiva finanche per il sensibilissimo tartufo di Nasone; ciò, ovviamente, gli impediva di distinguere l’impronta olfattiva del poliziotto da quella del macellaio. Figurarsi l’odore del piccolo Vincenzino, che era stato dimenticato lì in cucina, sia la vigilia di natale che quella di capodanno, mentre la mamma sfornava fritti a tutto spiano. Ma vi è di più. Dal racconto di don Mimì «a’ bugia», uno dei tanti vecchietti che puntualmente si addormentano alla messa di mezzanotte, sono venuto a conoscenza della visione di don Zaccaria.

Per una indisposizione che lo aveva colpito qualche giorno prima di natale e che gli aveva reso insopportabile persino la visione del fritto, il prete, appena entrato in chiesa per celebrare la santa messa, vide il Mostro; il Leviatano della notte dei tempi, cioè, che assumeva le mentite spoglie di un fritto misto gigante.

Costui, attratto dall’aurea che pervadeva i fedeli presenti, li agguantava con i suoi tentacoli pestiferi e poi se li strafocava. A salvarsi, ovviamente, furono il prete che, per l’indisposizione accennata, era privo dell’aurea incriminata e un povero vagabondo che, tra gli avanzi trovati qua e là, non aveva ingurgitato niente di fritto. Don Mimì «a bugia», però, giura e spergiura che don Zaccaria, un calamaretto fritto, tanto per gradire, l’avesse comunque assaggiato. Di conseguenza, insinua don Mimì, l’aurea doveva avercela pure lui. E quindi, a salvarsi, sarebbe stato il solo mendico. Ma si sa, don Mimì «’a bugia» è un anticlericale incallito. E soprattutto, è pronto a giurare sulla testa dei propri figli che non si è mai addormentato in chiesa alla messa di mezzanotte.

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