Fabiano il falegname: «Il mio lavoro non scomparirà mai»

di Vittorio Cicalese

Fabiano Troisi è un ragazzo di 30 anni, residente a Pontecagnano ma impegnato lavorativamente a Salerno come falegname. Studia ingegneria edile, ma si occupa quasi a tempo pieno della costruzione di strumenti in legno quali percussioni e altri a corda, attività che ricopre un ruolo più o meno marginale anche grazie al suo costante impegno lavorativo per la realizzazione di mobili e strutture in legno.

Come è iniziata la tua avventura tra legno, polvere e segatura?

«Ho iniziato costruendo, sempre da autodidatta, strumenti musicali: in particolare percussioni e strumenti a corda. Questo mestiere, quello del liutaio, tra l’altro è ancora più antico. Ho iniziato a realizzare strumenti nel 2010, anno in cui terminai il mio primo ukulele, strumento che potrebbe sembrare un giocattolo ma è nobilissimo. Continuo ancora a costruire strumenti musicali, ma grazie al passaparola ho iniziato a fare anche mobili e altri lavori di falegnameria. Quest’attività è stata mossa non solo dalle mie esigenze e dalla necessità: in realtà le persone, soprattutto i miei conoscenti, vedendo i miei lavori accostavano subito questa cosa alla possibilità di poter fare qualche piccolo lavoro di falegnameria. Così ho iniziato a costruire mobili, fare design et similia, partendo dal progetto che nasce dall’idea del cliente che viene poi sviluppato quasi interamente da me. Il cliente vuole il mobile, questa è la sua funzione, poi il disegno e tutta la realizzazione fa parte del mio lavoro. Sono stato influenzato dal mio percorso di studi in ingegneria edile e architettura. Si tratta, praticamente, di una deformazione professionale che ricade sullo studio, insomma. Tanto è vero che è diventato sempre più un lavoro: il mio tempo è occupato per la maggior parte da questo. Se prima lavoravo due ore al giorno, ora quelle due ore sono le uniche a disposizione per poter studiare. Infatti, sono un po’ in ritardo con il mio percorso da studente: in questo momento, però, è come se stessi facendo un master in falegnameria».

Come s’impara a fare il falegname, oggi?

«Imparare non è stato semplicissimo. Fondamentalmente ho fatto tutto da autodidatta, cercando di rubare cose ai mobili e non alle persone. È difficile anche poter entrare in una bottega, perché il falegname adesso va di corsa. Se cerchi un falegname esperto, un cinquantenne, per farti costruire un’anta di un armadio o per installare una cerniera, non si riuscirà a trovarlo: esiste chi ti fa una cucina di 8 metri lineari, ma le piccole cose non fanno più parte del mestiere del falegname. Si parla da un certo punto in poi di falegnameria, perché il falegname preferisce dire: “Vallo a comprare da Ikea”, purtroppo è così. Il tempo da dedicare a un ragazzo di bottega, per loro, sarebbe una perdita di tempo. Ho quindi studiato i mobili che avevo in casa: solo osservando e rubacchiando qua e là consigli da persone che posso trovare dal fornitore di legnami o in giro, ho iniziato a perfezionarmi in questo hobby, perché è nato così».

Quindi non c’è interesse né possibilità di vedersi tramandata una tradizione lavorativa in disuso…

«Personalmente non sono stato formato da un falegname finito, è vero. Il trucco tramandato da un’altra persona sembrerebbe non esserci, nel mio caso, ma in realtà i confronti con altri falegnami e il supporto a professionisti che non possono effettuare una determinata operazione, c’è. Il trucco si passa e non si tramanda per forza quando sei alle dipendenze di un falegname di bottega che ti fa da insegnante. Il trucco, avendo rapporti con altri falegnami che danno e prendono consigli, si tramanda ugualmente. Poi nel laboratorio molti trucchi te li inventi tu: man mano sai come velocizzare una cosa, una lavorazione, quindi il trucco te lo crei e poi lo consigli e lo tramandi. Se qualcuno venisse da me a riparare qualcosa, io sicuramente rivelerei il mio trucco per velocizzare o per rendere più pulita una fresatura. Ovviamente il ragazzo che vuole andare in bottega ad imparare non c’è: è più comune il ragazzo che, come me, impara da solo. Io conosco anche falegnami in pensione che mi dicono, con le lacrime agli occhi, che i loro figli non ne hanno voluto sapere di imparare il mestiere. Non si riesce a far tramandare alcune tradizioni neanche di padre in figlio. Non ci sono poi neanche botteghe disposte a farlo. Ora va tanto il designer, la falegnameria non interessa».

In un ipotetico presepe 2.0, Giuseppe sarebbe ancora il falegname? Ci sarebbe ancora spazio per figure simili?

«Credo di sì. Penso sia indispensabile la figura del falegname. Che sia caduta un po’ in disuso e sia sempre più rara la figura del classico falegname, è fuori dubbio. Il progresso porta a cambiare la figura del falegname, ma è comunque indispensabile. Il falegname dovrà esistere per forza, esisterà sempre. Penso quindi che il classico falegname, forse, quello con la pialla a mano e col martello che si trova solitamente nel presepe, sia un po’ cambiato. Non sarà con lo smartphone in mano, ma con i macchinari. Però è presente».

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