Mirkò, l’artista rivoluzionario

di Matteo Maiorano

Da Vietri alle grandi mostre internazionali. La carriera di Mirko Guida a cavallo dei cinque continenti. L‘artista costiero è celebre per il suo stile unico, imitato nel corso degli anni da diversi artisti contemporanei. Guida, in arte Mirkò, snocciola i segreti del suo successo.

In che modo ha deciso di iniziare a lavorare la ceramica?

«Ho iniziato all’età di sette anni a lavorare nel settore ceramico. Come tutti i ragazzi della mia generazione siamo stati avvicinati fin da subito alle botteghe del settore dai nostri familiari. La ceramica è per noi giovani vietresi una tappa obbligatoria. In quegli anni fui colpito dai lavori di Franz Brugman: il suo era uno stile particolare, che attirava l’occhio dell’osservatore più verso i colori che le forme. A Vietri ci sono dei pannelli realizzati negli anni ’80 dall’artista olandese».

Le sue opere non furono, all’inizio, salve da critiche…

«Da piccolo mio padre comprò un piccolo fornetto ed ho iniziato a sperimentare i primi colori e smalti. Ho iniziato a pensare una ceramica che fosse un unicum, un qualcosa che somigliasse più al legno che all’argilla. Con i miei disegni ho rivoluzionato l’attività. All’inizio venivo criticato, poi ho iniziato a ricevere le prime gratificazioni. Secondo qualcuno deviavo dalla tradizione, la mia era invece pura sperimentazione».

Qual è stata la svolta della sua carriera?

«Nel 2004, tramite una bottega di Ravello gestita da un mercante d’arte, esposi le mie opere, nei pressi del Duomo. Passò, durante il periodo del Parsifal, un uomo che attenzionò i miei disegni, entrò in galleria e, oltre a comprare le ceramiche tradizionali, ordinò una piastra di pietra lavica. Venni contattato dal mercante ma non sapevo che l’acquirente fosse il magnate Rupert Murdoch. Non lo riconobbi: per lui realizzai un disegno inerente al Parsifal, festival che si svolge annualmente a Ravello. Su carta abbozzai l’opera alla presenza dell’imprenditore Murdoch che fu entusiasta dell’idea, glielo spedimmo successivamente presso la sua villa privata: rimase senza parole. Da allora ci aggiorniamo costantemente. Dopo un anno propose di esporre al museo d’arte contemporanea di San Diego. Per l’occasione realizzai un’opera incentrata sulla simbiosi tra colori e peccati capitali. Ad ogni tonalità era associato un vizio. Nel 2005 firmai un contratto ed entrai in collaborazione con diversi galleristi americani».

La sua attività riprende qualche corrente artistica?

«Ad ispirarmi sono i paesaggi, i luoghi che osservo. Ho studiato arte e le correnti affini, ma nessuna di esse mi ha mai appassionato. La mia pittura viene spesso accostata al cubismo. Picasso, Kandinskiy, Mirò: tutti grandi artisti che a me non hanno lasciato molto se non grande apprezzamento nei loro confronti. Viaggiando porto con me messaggi diversi che raccolgo dalle culture che incrocio. Nel 2007 a Santa Fè, in Messico, feci un’opera che denunciava la politica di Bush e la degenerazione della società. La mia era stata una scelta sconsiderata per alcuni, ma l’importante è lasciare qualcosa a chi guarda. L’ultima mostra l’ho fatta per i Queen, a Londra, presso lo studio di registrazione della band inglese».

I suoi progetti per il futuro?

«Voglio riprendere in mano gli attrezzi del mestiere per creare un’opera che richiami il tema dell’immigrazione. Ho in mente un polittico da cinque tele, che messe insieme richiamano una croca greca. Al centro una nave con tutti i migranti provenienti dall’Africa, sotto l’imbarcazione un aminale mitologico che inghiotte i personaggi; a destra vi sarà una tela che rappresenterà l’Europa che li respinge mentre a sinistra una donna africana che sposta l’imbarcazione verso il vecchio continente. Sopra l’ultima tela verrà la colomba della pace. Sarà il messaggio più forte della mia vita».

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