Harry Potter? Prima ci fu Dante

di Vincenzo Benvenuto

«Nel mezzo del cammin» di mia vita, m’è venuto lo sghiribizzo di rileggere l’Inferno. Ebbene, a lettura ultimata, affermo convintamente che Dante è meglio di Harry Potter. Tutti i generi nella saga della Rowling, infatti, si trovano presenti, e meglio strutturati, anche nella Divina Commedia.

La magia? E come non rilevarla, ad esempio, nella selva dei suicidi? Qui, in un bosco orrido e strano, pieno di arbusti contorti e spinosi Dante, su invito di Virgilio, spezza una fraschetta. «Perché mi schiante? Perché mi scerpi?». È il grido di dolore frammisto al sangue che fuoriesce da Pier della Vigna, insigne ministro di Federico II, tramutatosi in pianta.

L’avventura? Conoscete qualcosa di più avventuroso del viaggio di Ulisse al di là di «dov’Ercule segnò li sui riguardi acciò che l’uom più oltre non si metta»? Il mito? Puah, a bizzeffe! Il «gran veglio» che a Creta, dentro il monte Ida, sta ritto con le spalle volte all’oriente e il viso verso Roma. Ha la testa d’oro, il petto e le braccia d’argento, il ventre di rame, le gambe e il piede sinistro di ferro; quello destro sul quale si appoggia, invece, è di terracotta. Ebbene tutte le parti del Veglio di Creta, ad eccezion del capo, sono solcate da fessure: attraverso di esse, gocciolano le lacrime che scendono nell’Inferno formando Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito, i quattro fiumi infernali.

Il pathos? C’è tutto, ex multis, nell’apparizione di Cavalcante De’ Cavalcanti che, sorgendo dall’arca e vedendo Dante, gli chiede come mai, essendo egli qui «per altezza d’ingegno», non sia accompagnato da suo figlio. Il sommo poeta, allora, risponde che l’assenza è probabilmente da imputare al fatto che Guido «ebbe a disdegno» la teologia. «Come? dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». Il tempo del verbo male interpretato da Cavalcante, fa sì che l’afflitto padre «supin ricadde e più non parve fora». L’amore? Scontato è il rimando all’abusato «amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona» di Francesca da Rimini.

E per quanto riguarda lo humor? Il «ed elli avea del cul fatto trombetta» di Barbariccia, con cui l’Alighieri prende in giro gli strampalati diavoli, è una prova della sua presenza. Per quanto riguarda il profetico-allegorico, poi, valga, per tutti, il veltro evocato da Virgilio, la cui «sua nazion sarà tra feltro e feltro». Orbene, il feltro è un panno modesto che può far pensare alle umili origini del salvatore, ma anche alla provenienza da un ordine religioso. Il feltro, però, può rimandare pure al concetto di elezioni democratiche: di feltro, per l’appunto, erano foderate le urne in cui si deponevano i voti per l’elezione dei magistrati. Qualcuno, infine, ha voluto vedervi una designazione geografica: Feltro, infatti, starebbe per Feltre, località in cui il redentore sarebbe dovuto nascere.

La paura? E come non provarla al cospetto del gigantesco Lucifero, conficcato nel ghiaccio della Giudecca, con le sue tre bocche in cui vengono maciullati Giuda, Bruto e Cassio? A conti fatti, quindi, il lettore che riesce a rimanere nella scia dell’«e quindi uscimmo a riveder le stelle» di Dante, verrà catapultato in un firmamento magico che nessun «Avada Kedavra» potrà evocare.

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