Vincenzo Margiotta «lasciò la Juve per la sua terra»

di Matteo Maiorano

«Mio padre era fortemente legato ai colori granata. Quando passò al Taranto, dopo il campionato di serie A, sfidò proprio i granata realizzando due reti. Fu una sensazione contrastante, perché nel suo cuore era impresso il simbolo del cavalluccio». Lorenzo Margiotta, figlio della prima punta granata Vincenzo, racconta tanti aneddoti sulla carriera del più grande centravanti della storia granata. L’attaccante fu uno dei protagonisti della prima promozione in A: «Che ha permesso alla Salernitana di diventare la regina della provincia». Da Viani alla Juventus passando per i suoi due grandi amori, Salernitana e Agropoli.

Una stagione indimenticabile quella a cavallo tra il ’46 e il ’47…

«La Salernitana dell’epoca, chiamata Torino del Sud, è entrata nella leggenda. Indipendentemente dalle altre promozioni, quella era una società diversa dalle altre. E’ divenuta, con quella promozione, la regina della provincia. Tutto quello realizzato negli anni successivi prescinde da quanto fatto quell’anno. La squadra del ’47 ha fatto di Salerno una piazza blasonata. Stiamo parlando di pionieri, vincere qui era davvero difficile. Il gruppo era inoltre molto unito, spensieratezza ed equilibrio erano le chiavi del successo. Mio padre raccontò che durante un allenamento al Vestuti ignoti rubarono oggetti personali negli spogliatoi dei calciatori. A lui fu sottratto un orologio: andò a lamentare l’accaduto a Domenico Mattioli, patron dell’epoca. Il presidente gli disse che nel caso avesse realizzato una marcatura la settimana successiva gli avrebbe ceduto il suo cronometro d’oro. Contro il Genoa Margiotta realizzò due reti: Mattioli venne ad Agropoli consegnandogli il prezioso oggetto, che mio padre conservò per diversi anni. Altri tempi, altro calcio».

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Nato centravanti, Margiotta fu poi utilizzato anche da ala da mister Viani…

«Il mister variò il suo impiego dato il modulo camaleontico: il Vianema fu una rivoluzione nel calcio italiano. Lo scacchiere tattico aveva il pregio di aumentare la forza difensiva e diminuire quella offensiva. Fu una cosa deleteria per mio padre, perché con quel modulo realizzò soltanto tre reti. Margiotta, invece, viveva per l’aria di rigore. Quando raccontava di Viani diceva che il tecnico, ogni qualvolta si incontravano, gli diceva: “Tu eri l’unico che mi faceva fesso di testa”, rimandando ad allenamenti fatti negli anni. Nonostante la bassa statura, papà staccava sempre più in alto di tutti. In una partita, giocata contro la Juventus, ricordo che papà saltò 20 centimetri più in alto di Parola. Ricordo che nell’occasione della mia nascita tutta la squadra venne ad Agropoli e fece tappa presso casa mia. Ebbi in dono un piccolo pallone di cuoio».

Cosa pensava Margiotta della Salernitana?

«Era entusiasta di vestire il granata, l’amore era ricambiato dai tifosi. Un curioso episodio capitò quando davanti al cancello, andato a vedere la partita della Salernitana, gli fu negato l’accesso ed i tifosi si arrabbiarono ripetendo al personale: “Ma questo sapete chi è? Non fate entrare la storia della Salernitana”. Ai botteghini probabilmente c’erano dei giovani, ma questo caso toccò un po’ mio padre. La società per scusarsi inviò per diverso tempo ad inizio stagione la tessera di ingresso allo stadio».

Suo padre fu avvicinato successivamente anche dalla Juventus…

«Andò perfino a fare un provino presso il club piemontese. Non si trasferì perché a quei tempi la nostalgia aveva più valore dei soldi. All’epoca la Vecchia Signora era già una realtà ben consolidata del panorama nazionale. Papà volle però tornare nella sua terra, dalla sua famiglia».

1917-2017: due anni fa Salernitana ed Agropoli si sfidarono in un’amichevole per ricordare la figura di Vincenzo Margiotta a cent’anni dalla sua nascita…

«Certamente, l’ho organizzata con l’ausilio di alcuni membri del gruppi organizzati salernitani. Abbiamo voluto vivere la ricorrenza in maniera attiva. Abbiamo organizzato anche una mostra ad Agropoli. Fu una sensazione fortissima».

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