«Investire nell’apprendistato per rilanciare i vecchi mestieri»

di Vittorio Cicalese

Salerno continua a rimboccarsi le maniche. Non lo fa soltanto metaforicamente ma anche praticamente, grazie al costante impegno profuso da realtà imprenditoriali che fanno dell’artigianato locale un elemento di puro sviluppo professionale: è quanto appare dagli ultimi report relativi alle aziende – micro, piccole e medie – che compongono l’apparato produttivo in città e provincia di Salerno, dando ampio spazio ai settori che prevedono la manualità come elemento di valorizzazione delle produzioni. Dall’agroalimentare alla manifattura artigiana, dall’arte all’abbigliamento, il territorio salernitano offre numerose prospettive in grado di coniugare tradizione e innovazione, così come confermato dal presidente della Claai, Gianfranco Ferrigno.

La manodopera intesa come arte e opportunità lavorativa, dunque, è presente a Salerno seppur non valorizzata adeguatamente…

«Il problema è che alcuni settori nella nostra provincia hanno una tradizione fortemente radicata. Faccio l’esempio “banale” della ceramica vietrese: è chiaro che una simile presenza, legata al territorio, crei di fatto volontà a fare. Il problema, probabilmente, è nella scuola più che mai. Sarebbe, cioè, interessante formare i giovani ai vecchi mestieri e alle antiche tradizioni. Anche perché noi siamo pur sempre eredi della riforma Gentile della scuola, che a suo tempo definiva le due grandi aree: i licei per la classe dirigente e i tecnici professionali per le attività manuali di ogni tipo e genere. Questa dimensione scolare è ormai ampiamente superata».

Salerno, intanto, resiste e anche bene…

«A Salerno le tradizioni sono radicate: la città, ma anche e soprattutto la provincia, vive moltissimo di tradizione. Si veda il forte recupero dell’agricoltura o quanto accade nelle piccole imprese del settore, che tendono al recupero del buono storico, ossia di ciò che conosciamo bene. Chiaro che questo discorso si collega con il trend che c’è in provincia relativamente al classico discorso domanda/offerta: i trend economici hanno però bisogno di essere supportati, assistiti, cercando di avere dei ruoli cerniera con gli enti locali. Le imprese e gli enti prevendono sviluppo, quindi parlando di sviluppo non si può parlare di altro. Pur ripetendomi, va detto che senza sviluppo il Paese è destinato alla sconfitta, destinato cioè a perdere nello scenario globale».

Come risponde la città di Salerno alle realtà artigiane?

«A Salerno permangono le tradizioni: c’è una cultura produttiva vera e propria. La nostra è una città che vive, tra l’altro, nelle piccole imprese. Da un dato oggettivo della Camera di Commercio, notiamo che il 90% delle realtà produttive è suddiviso tra micro e piccole imprese. Il tessuto portante della nostra economia è dato da queste imprese, che vanno non semplicemente assistite – termine parassitario e brutto – ma vanno assecondate nei processi. Ciò vuol dire essere partecipi dell’evoluzione formativa di cui l’impresa ha bisogno, che avviene in due punti: attraverso le scuole e attraverso le camere di commercio».

Come si aiutano i giovani interessati al settore artigiano?

«Bisogna affiancare i giovani, nella bottega, con leggi dell’apprendistato che siano più facilmente applicabili per l’impresa. Oggi la legge è poco praticabile: immaginiamo che quanto previsto per il reddito di cittadinanza venga, invece, utilizzato per l’apprendistato. Significa creare un volano per la formazione d’impresa. O ancora, immagina se le scuole avessero un migliore rapporto con i centri reali di produzione. Gli investimenti, insomma, vanno sempre finalizzati, con estrema chiarezza. Non si possono lanciare nuvole: bisogna, in questo millennio, essere quantomai pragmatici e concreti. Abbiamo bisogno di sviluppo, economia. Punto. Cosa si può fare per creare economia? I giovani devono essere avviati correttamente in questo senso. Quale palestra migliore, quindi, del sano apprendistato fatto non come frode per pagare gli operai a prezzo più basso ma come motore per il ricambio generazionale, visto che molte imprese della tradizione hanno un problema serio e reale del ricambio generazionale? Nel settore tessile, ad esempio, settore tra i più virtuosi, c’è un problema serio di ricambio generazionale. Nelle scuole dove s’insegna il tessile, infatti, si lavora con il plotter, ossia il disegnatore automatico dei modelli: nelle aziende artigianali, invece, si lavora ancora col cartone. Quando il ragazzo impatta col cartone, si trova fuori dimensione e fuori misura. Il problema è il rapporto reale tra sviluppo e tradizione. Assieme al plotter il ragazzo deve avere conoscenza della manualità del lavoro sartoriale».

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