“Nuova” classe, “vecchio” stile

di Alessandro Rizzo

Mentre rientra in Italia Cesare Battisti, risultato importante per una Nazione già martoriata di suo qual è la nostra, in Italia si sta discutendo del salvataggio di Banca Carige. È l’attuale commissario Pietro Modiano, già Presidente di Carige, a riferire che le garanzie statali fino a 3 miliardi di euro costituiscono una misura prudenziale eventuale e residuale. Sta di fatto però che il decreto non è dissimile da quelli adottati da governi precedenti in casi simili.

Solo che qui c’è forse un difetto di fondo, una sorta di conflitto di interessi che, per quanto potenziale, è a dir poco genetico: il doppio ruolo di Modiano. Io non discuto la necessità di salvare una banca, operazione per la quale, in un’ottica complessiva, non si può prescindere dal considerare quanto costerebbe allo Stato non salvarla la banca. Mi spiego meglio, le banche sono operatori commerciali strategici per l’economia complessiva del paese e la crisi di una di esse può comportare per lo Stato conseguenze più svantaggiose ed anche più onerose dell’assumerne la garanzia delle obbligazioni. Si pensi soltanto al costo degli ammortizzatori sociali in caso di riduzione del personale anche mediante misure speciali di anticipazione del collocamento a riposo.

E tuttavia un aiuto di Stato (nei limiti della direttiva comunitaria n.214/59/UE) non può prescindere da ogni minuziosa valutazione in ordine ad eventuali responsabilità. Insomma, se c’è stata mala gestio, lo Stato non può intervenire senza indagare in tal senso e soprattutto senza far valere le responsabilità. Il mio non è assolutamente un processo a Modiano, il cui operato non mi azzardo a giudicare, non avendone gli elementi né la competenza. Mi limito a notare che se questo decreto ricalca i precedenti ed è dunque sorretto dagli stessi elementi giustificativi, in qualche modo però ne riporta anche i vizi poiché non contempla affatto le misure di salvaguardia in ordine ad eventuali responsabilità né, a dispetto delle colorite affermazioni di Di Maio e Giorgetti, dalla lettura del D.L. “salva Carige” (identico al DL 237/2016 Gentiloni) si comprende quali prospettive il Governo abbia in mente per il futuro della banca se non, come nei casi precedenti, quelle di renderla stabile e, di conseguenza, appetibile per una acquisizione da parte di un altro istituto, magari proprio con l’ausilio degli uffici governativi.

A nulla servono i proclami, di cui neppure discuto la buona fede, di Luigi Di Maio circa l’intenzione di aiutare i risparmiatori e di “punire banchieri e amministratori che hanno creato il buco”. L’intenzione di aiutare i risparmiatori muoveva anche il governo Gentiloni nei progetti di salvataggio di altre banche; anche gli altri salvataggi erano fondati e rispettavano i limiti della stessa direttiva comunitaria; in più, aggiungo, bene si fa ad intervenire perché mandare Carige in default avrebbe sullo Stato un effetto forse più costoso di quanto non costi aiutarla. Male, invece, che le intenzioni di perseguire responsabilità e di salvaguardare anche così l’intervento statale risultino invocate soltanto (e ancora) sui profili social dei ministri, ma manchino del tutto negli atti ufficiali; peraltro, esattamente come mancavano nei decreti adottati dagli altri governi.

Geniale è stata invece la dichiarazione di Di Maio, avvedutosi che il decreto “salva Carige” è identico al decreto “salva qualchealtrabanca”: non abbiamo messo un euro in banca Carige e se metteremo soldi non sarà per farla acquistare a qualche altro banchiere, ma tutt’al più per nazionalizzarla. Questo in sintesi il concetto. Allora, innanzi tutto, la misura di intervento non contempla la rifusione di soldi a copertura di un “buco”; soldi che peraltro lo Stato neppure avrebbe da metterci, tenuto conto delle bacchettate che il progetto della legge di bilancio ha già ricevuto. L’intervento infatti prevede che lo Stato debba solo offrire una garanzia a copertura delle “passività di nuova emissione”.

Significa che lo Stato garantirà le azioni di nuova emissione che banca Carige libererà nel prossimo triennio, per una misura massima di un miliardo di euro all’anno. Il che è un concetto molto diverso da quello di nazionalizzare la banca. Per nazionalizzare la banca, infatti, il Governo l’euro dovrebbe mettercelo eccome. Dovrebbe sottoscrivere tutte o parte delle azioni di nuova emissione e pagarle, non certo limitarsi a garantirle. Sorvolando per il momento sulla grave sincope che avrà colpito i portatori del pensiero liberale (già li vedo accasciati sulle scrivanie quelli dell’Istituto Bruno Leoni), Di Maio con la sua affermazione avrà anche inteso colpire Berlusconi, ma non immagino l’effetto che avrà avuto sulla salma di Einaudi. Scherzi a parte (c’è poi poco da scherzare in effetti), il governo dovrebbe probabilmente lavorare, parallelamente alla concessione della garanzia, anche alla costruzione di una strategia complessiva che veda da una parte la ricerca, a garanzia di tutti, di eventuali responsabilità; dall’altra parte, la soluzione è quella di lavorare alla costruzione di un tessuto sano che agevoli l’acquisizione della banca da parte di privati, la liberazione anzitempo della garanzia statale come condizione per l’acquisizione e, soprattutto, la ricerca di nuove condizioni di crescita in uno con la riduzione fiscale. Poi, non guasterebbe -se davvero questo governo è contro la “casta”- un maggiore o migliore controllo delle procedure bancarie ordinarie, quelle destinate direttamente alle imprese e ai privati, magari con una revisione delle modalità di “rating” della clientela e di utilizzo degli strumenti di pubblicità delle sofferenze come elemento di coercizione di un tessuto già sfibrato, individuando misure certe per far sì che termini come “anatocismo” o “usura” spariscano del tutto dall’uso corrente.

Su questo tema, bene ha fatto Salvini a tenersi defilato e a dedicarsi all’arrivo di Battisti a Ciampino. Forse ancora meglio farebbe, il ministro, se a proposito di banche, in generale e senza nessunissimo collegamento a Carige, si impegnasse a capire come abbia fatto Battisti per 38 anni a sfuggire alla cattura, non lasciando traccia alcuna delle sue movimentazioni di danaro. Per il resto, che sconti la sua pena in carcere, così come la giustizia ha deciso. I crimini non hanno mai colore politico e la violenza non è mai un modo per affermare un’idea.

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