Morti i migranti, evviva i migranti!

di Alessandro Rizzo

Altri 117. È il numero dei morti annegati nel Mediterraneo. Morti che pesano e peseranno sulle coscienze di tutti, della società civile, degli europei in maniera particolare. Ma attenzione, non ho nessuna intenzione di fare qui quel che fastidiosamente viene oggi definito “buonismo”, anzi. Voglio provare a fare un’analisi quanto più complessiva possibile del problema, correndo il rischio di rimanere in una vaghezza che forse confonderà ancor più le idee. Forse. Ma forse a qualcuno dirà qualcosa in più. Salvini distrae la massa, coi suoi selfie che fanno tanto “uomo comune”. E all’uomo comune, si sa, dà fastidio dover pensare, decidere; gli fa più comodo che qualcun altro pensi per lui, lasciandogli spazio e tempo da perdere a mostrarsi sui social con un bicchiere in mano. Intanto la gente muore. Ma proviamo a capire qual è l’origine del problema. Cosa può spingere una mamma e un papà ad affrontare un viaggio che nella migliore delle ipotesi porterà con sé smarrimento, disperazione, fame, sete, freddo e dissenteria o, nella peggiore delle ipotesi, la morte. Cosa può spingere dei genitori a far salire su un barcone l’unico figlio quattordicenne, distaccandosene probabilmente per sempre, pur di non farlo rimanere lì. Una sola cosa, evidentemente: che lì la morte è certa. Ma lì dove? Perché, non ci facciamo più caso, ma ormai ciclicamente si verificano dei fenomeni migratori, talora da un punto talaltra da un altro. Posto che i flussi sono sempre esistiti fin dai tempi di Mosè, cosa di volta in volta li ha provocati e li provoca? Negli anni mi sono convinto che l’idea stessa di difendere una “integrità nazionale” sia illusoria, effimera, e chi intende prodigarsi in tal senso combatte contro i mulini a vento. Il dramma però è che combattendo lascerà sul campo delle vittime, che peseranno per tutti. Occorrerebbe capire come si possa far passare per buono il concetto “aiutiamoli a casa loro” se poi a casa loro gli europei ci sono da sempre. Forse non li stiamo aiutando nel migliore dei modi.

Bisognerebbe dunque indagare meglio le cause della instabilità politica negli Stati da cui i migranti partono. Sono oramai numerosissimi i documenti che in maniera più o meno accreditata tenderebbero a dimostrare l’esistenza, ancora, di un fenomeno cosiddetto “Francafrique” o “Euroafrique”, che vede tuttora vivi gli interessi economici degli stati ex colonizzatori verso gli stati ex colonie. Su questi presupposti, che bene sembrerebbero sposarsi con il principio per il quale una nazione martoriata è facile da controllare, si fa sempre più spazio la teoria secondo cui non vi sia poi tanta voglia di scongiurarle le guerre, civili o non civili che siano. Secondo una delle più apprezzate testate indipendenti online, l’africa-express, tale atteggiamento si rinverrebbe anche di recente nelle parole del gennaio 2013 di Hollande durante l’invio delle truppe francesi in Mali: “La Francia rimarrà con voi finché sarà necessario”. E non è un caso che le ex colonie, anche per poter raggiungere l’indipendenza e l’autodeterminazione, abbiano bisogno degli investimenti esteri; così come non è un caso che gli investimenti degli altri Stati, rispondendo ad una giusta esigenza di stabilità economica nazionale, debbano essere remunerati, direttamente o indirettamente; e non è un caso neppure che, ad esempio il Mali, sia tra i primi detentori delle risorse naturali africane. Insomma, gli Stati che dovrebbero “aiutarli a casa loro”, lo fanno investendo, ma contestualmente garantendosi risorse come petrolio, gas, oro e uranio. Fin qui, tutto può essere comprensibile. Il problema sorge quando a corollario di questo equilibrio interviene l’impegno di assicurare “stabilità” in quei paesi e, per tutto effetto, a causa delle guerre la gente scappa, disposta ad affrontare per sé e per i propri figli una morte quasi certa in cambio di una morte certa. Qualcosa non ha funzionato.

Proviamo a guardare questo mondo un po’ più da lontano. Secondo l’economista e professore universitario Nicolas Agbohou il problema risiederebbe nella imposizione a molti stati africani del mantenimento della moneta conosciuta come Franco Coloniale Francese, oggi CFA Franc Communauté Financière Africaine, corrente in 14 Stati africani per lo più ex colonie francesi. Al di là della divisione tra franco CFA occidentale (emesso in Senegal) e Franco CFA centrale (emesso in Gabon), quel che rileva è che entrambe le Monete (o meglio, le declinazioni della Moneta) sono illimitatamente convertibili in Euro grazie soprattutto al fatto che il 65% delle riserve valutarie dei Paesi della zona monetaria del franco CFA sono depositate in un conto di transazione della Banque de France a Parigi e che le politiche delle due banche di emissione sono decise insieme a rappresentanti francesi. Questo in sintesi è ciò che il Prof. Agbohou definisce neocolonialismo economico/finanziario.

Insomma, secondo queste teorie, che acquisiscono sempre maggior credito ancorché affidate perlopiù alla stampa indipendente, l’Europa non avrebbe in effetti interesse a creare nei paesi africani una condizione di stabilità tale da poter consentire condizioni minime di benessere e questo negli anni creerebbe i flussi migratori.

Ma a questo punto viene da ritenere che il ministro Salvini, se davvero volesse aiutare i migranti a casa loro, non dovrebbe far altro che far comprendere a quegli stati europei che in Africa coltivano i propri interessi, che a pagare le spese di questa instabilità non può continuare ad essere l’Italia. Insomma, se la Francia, ad esempio, in 14 paesi dell’Africa ha addirittura una moneta propria, non può permettersi di reintrodurre a Ventimiglia i migranti che hanno attraversato la frontiera e scaricarli di nuovo in Italia come se il problema fosse solo italiano.

E poi neppure possiamo far passare ancora la linea secondo cui i migranti sarebbero “merce umana” solo per i criminali e gli scafisti. Da fonti citate da Repubblica, secondo le stime dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite, i flussi finanziari illeciti rubano all’Africa circa 50 miliardi di dollari all’anno mentre si stima che ogni anno l’Africa sub-sahariana rimetta 192 miliardi di dollari tra i profitti delle multinazionali straniere, il debito accumulato, corruzione ed evasione fiscale e perdita di forza lavoro qualificata. Il tutto a fronte di aiuti allo sviluppo che pesano 30 miliardi di dollari all’anno. Un bilancio nettamente negativo.

In Italia l’interesse non è meno consistente. Basti pensare che circa un mese fa in Sicilia sono state arrestate 16 persone e poste sotto sequestro cooperative ed associazioni portatrici di un giro d’affari di circa 20 milioni di euro. A Roma, invece, del consorzio Eriches 29, che un tempo era guidato da Salvatore Buzzi e oggi è sotto il controllo del Tribunale di Roma in seguito al sequestro delle quote nell’ambito del procedimento noto come “Mafia Capitale”, le 45 consorziate più rilevanti che hanno depositato presso la Camera di Commercio il proprio bilancio al 31 dicembre 2016 sommano un fatturato di 367,7 milioni di euro. E, per dirla tutta, le associazioni non depositano bilancio.

Il punto è un altro però. Una volta conclamata la nostra incapacità di contribuire a creare condizioni di stabilità e di serenità nei paesi di partenza dei flussi migratori, questo non può farci rinnegare di essere umani. Non si può negare assistenza a gente in difficoltà, in mezzo al mare. Questo concetto, decisamente elementare, dovrebbe farci provare vergogna per noi stessi, ribrezzo per tutti quegli esseri che addirittura esultano alla notizia di una sciagura. Di questo si è accorto anche Di Maio, che il 21 gennaio sulle pagine del Corriere ha puntato il dito contro l’Europa. E di questo si sta occupando anche Papa Francesco, dopo i Vescovi, il quale in occasione del caso della Sea Watch ha invocato umanità e, dopo un ultimo invito ai Vescovi subito prima del Natale a non occuparsi di politica, ha rotto gli indugi e ha dato “via libera”, interpretando i malumori di associazioni cattoliche come Fuci, Acli, Cisl e Sant’Egidio, da sempre impegnate nel terzo settore, in una politica decisamente contrapposta a quella governativa.

In questo scenario si sta introducendo una variabile importantissima: la Cina. Attualmente divenuto il più grande investitore in Africa al punto che durante il 29° Summit dell’Unione Africana (UA), nel 2017, molti Stati hanno auspicato un incremento dell’iniziativa di investimenti denominata “Belt and Road” (B&R). Sono 37 i paesi africani che con l’UA hanno firmato i documenti di cooperazione con la Cina, dichiaratasi disponibile a sostenere le richieste di sviluppo del continente. La Cina sta portando avanti con continuità il progetto di connettività di potenza in Africa orientale, il progetto di trasmissione di energia in Africa centrale e il progetto di produzione di energia idroelettrica transfrontaliera nell’Africa occidentale oltre ad aver avviato nel 2017 la costruzione della ferrovia Mombasa-Nairobi e della ferrovia Addis Abeba-Gibuti. Il commercio tra Cina e Africa è passato da 10,8 miliardi di dollari nel 2001 a 169,75 miliardi di dollari nel 2017. La Cina ha investito in 293 progetti di investimenti diretti esteri in Africa, per un totale di 66,4 miliardi di dollari e creando oltre 130.000 posti di lavoro, costruendo oltre 10.000 chilometri di autostrade, oltre 6.000 chilometri di ferrovie e centinaia di aeroporti, porti e centrali elettriche, oltre a numerosi ospedali e scuole in tutto il continente. Insomma, probabilmente, per la soluzione del problema dei migranti, piuttosto che appellarci al ministro dell’interno dovremmo forse far leva sul gigante d’oriente e noi continuare a conservare, come hanno fatto i cittadini di Napoli in un video di pochi giorni fa, la nostra umanità.

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