Separati in casa

di Alessandro Rizzo

Su “Francafrique” Di Battista prende le distanze. O meglio, in realtà il redivivo dei 5stelle prende le distanze da Salvini un po’ su tutto. E fa bene! Direi. Tenuto conto che probabilmente non gli va giù che questa alleanza stia di fatto perdendo gli equilibri iniziali.

Diciamocela tutta la verità, il Movimento, quando era all’opposizione, aveva espresso divergenze apparentemente incolmabili con la Lega. Poi, fatto l’apparentamento, come spesso accade i difetti del coniuge si scoprono nel talamo. Ma qui il problema è più grave, non riguarda più i difetti del coniuge quanto piuttosto il fatto che la lega, grazie anche ai vuoti dei 5stelle, sta prendendo spazio, rosicchiandolo giorno per giorno proprio ai suoi alleati. E tutto sommato la cosa non era imprevedibile.

Proviamo un attimo a rinfrescarci la memoria sul risultato delle elezioni politiche del 2018. La lega non è andata certo male, posizionatasi col suo 17% avanti a Forza Italia e poco dietro il Partito Democratico; eppure in una coalizione con i 5stelle piazzati al 32%, il partito di Salvini dovrebbe fare il “socio di minoranza”. Ma allora cosa gli consente di dettare le politiche nazionali e internazionali fregandosene altamente di svergognare così anni e anni di urla pentastellate in aula e ricevere, per tutta risposta, qualche sparuta arricciata di naso di Di Maio? Semplice, che in questa specie di “guerra dei Roses”, la lega ci guadagna e i 5stelle si sfibrano…. E lo sanno, quindi hanno paura. Già, perché in entrambi i partiti sono confluiti il 4 marzo scorso numerosi voti degli insoddisfatti, degli scontenti, voti di protesta insomma. Voti che, ad oggi, non hanno ancora trovato la loro collocazione più appagante.

E man mano che tra gli elettori del Movimento si riscontra delusione per un cambiamento che non si vede neanche all’orizzonte, per le promesse fatte e non mantenute, per le disillusioni, dall’altro lato, ma ben sotto le luci della ribalta, un signore che ha capito benissimo cosa gli italiani vogliono sentirsi dire, glielo dice e lo fa sempre mentre addenta qualcosa. D’altro canto, non dobbiamo dimenticare che il reddito di cittadinanza sarà di pochi euro, all’Unesco si ci manda Lino Banfi, Toninelli e Bonafede non ne indovinano nessuna, i due vicepremier non si rivolgono la parola, ma affidano ai social le loro rintuzzate reciproche e del presidente del consiglio a momenti non ci ricordiamo neanche il nome. Me ne viene però in mente una conclusione. Può andar bene, acquisita questa nuova consapevolezza, che l’Italia assuma nuove posizioni nella politica internazionale. Non va però affatto bene che queste riguardino solo il modo di trattare, respingere o deportare i migranti in arrivo o, peggio ancora, quelli già integrati.

D’altro canto, la Convenzione di Amburgo approvata nel ’79 dall’Imo (International Maritime Organization) impone l’obbligo di assistenza dell’uomo in mare e di sbarco in un porto sicuro, dotato delle infrastrutture di assistenza ai naufraghi. È evidente che una soluzione di rifiuto non può prescindere dalla intavolazione qui in Europa di un dialogo volto alla piena consapevolezza delle cause dei fenomeni migratori e, soprattutto, diretta alla ricerca di una soluzione condivisa. Quando i migranti arrivano alle nostre coste, innanzi tutto, devono essere soccorsi nel primo porto più vicino al punto di sicurezza e questo potrebbe non essere sempre italiano.

Per fermare gli sbarchi occorre, evidentemente, far cessare ogni forma di sfruttamento del territorio africano, ammettere gli errori delle politiche estere delle altre nazioni, ma anche di quelle italiane; opporsi con fermezza ad ogni accordo bilaterale (BIT), sia che si tratti di quello di Aquisgrana fra Germania e Francia, sia di quelli che consentono alle imprese di fagocitare le cooperative contadine africane; restituire ai popoli il diritto di piena autodeterminazione, sotto il controllo dell’Onu, con un diritto di intervento nel solo caso in cui l’incapacità di creare da soli condizioni di sicurezza dovesse in qualche modo ripercuotersi sul continente vicino. Se le risorse africane rimanessero in Africa e se le condizioni di vita fossero quanto meno sicure, di lì non scapperebbe via nessuno.     

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