Fausto Caputo: «Rispetto dello spogliatoio»

di Matteo Maiorano

«Quanta superstizione all’interno degli spogliatoi». Fausto Caputo, difensore centrale del fu Vietri-Raito, racconta le emozioni trascorse nel club biancoverde, che lo ha lanciato nel calcio che conta. Oggi responsabile commerciale d’interni, Caputo ha trascorso un segmento importante della sua carriera anche nella Salernitana di Troisi, snocciolando diversi aneddoti sulla sua avventura in maglia granata.

Qualche settimana fa ha rivisto i compagni con cui ha trascorso l’adolescenza nel campetto di Marina…

«E’ stato un abbraccio atteso 50 anni, una piacevole sorpresa. Il rapporto è rimasto immutato: quando ci siamo incontrati ho avuto la sensazione che il tempo si fosse fermato. Eravamo un gruppo molto affiatato».

Chi l’ha condotta alla corte di Don Nicola Gregorio?

«Devo dire grazie a Enzo Campione e Felice Moscariello. Giocavo ai “salesiani” quando sono stato convinto da loro a passare prima alla Jugends poi al Vietri-Raito. Con loro ho fatto i provini per diversi club italiani. Sono passato all’Atalanta nel ’78: fu un’esperienza bellissima, avevo 14 anni e ricordo ancora nitidamente il treno che portava a Bergamo. Accusai la distanza da casa ma la passione faceva superare tutte le paura. A 16 anni ho debuttato a Crotone, passando poi al Trapani. Nel 1980 la grande occasione a Salerno sotto i dettami tattici di mister Lamberto Leonardi: anche se collezionai uno scarso minutaggio, imparai davvero tanto».

Che ambiente trovò al Vestuti?

«Il clima al Vestuti era incredibile. Ero un ragazzo di appena 19 anni. Non si ambiva a fare un campionato di vertice, l’obiettivo era quello di una semplice salvezza. Il rapporto all’interno dello spogliatoio era tranquillo, Del Favero e Leccese erano i nostri guru: c’erano delle gerarchie ben precise che i giovani dovevano avere nei confronti dei più anziani. Leonardi era molto superstizioso, quando andavamo in trasferta c’era un itinerario da rispettare. Non bisognava cambiare mai strada. Prima di andare in campo si andava a testare l’erbetta, andavamo dai magazzinieri e loro consigliavano i tipi di scarpette da indossare. In base al campo, suggerivano il tipo di tacchetti da utilizzare».

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