Export salernitano, attenzione alla Brexit

di Vittorio Cicalese

Secondo un report della Confederazione Italiana Agricoltori, la Campania è la regione che esporta il maggior numero di prodotti verso il Regno Unito. Il mancato accordo sulla Brexit, in tal senso, potrebbe danneggiare non di poco le stime di vendita e produzione dell’agroalimentare e agroindustriale su tutto il territorio, con diretto coinvolgimento dell’intera provincia di Salerno, da considerare soprattutto per prodotti di fascia alta quali l’olio extravergine di oliva o per i pomodori. Prova a immaginare gli scenari futuri, il direttore della Coldiretti Salerno, Vincenzo Tropiano.

La Brexit pare ormai destinata a realizzarsi e si teme che la Campania – e quindi anche Salerno – possa avere non pochi problemi su vendite ed esportazioni…

«Non so se i settori agroalimentare ed agroindustriale della Campania pagheranno lo scotto del maggior numero di disagi, non ho elementi per poterlo affermare. Posso immaginarlo, ma sicuramente la Brexit è un fenomeno nuovo. Non ci saranno fenomeni passivi, finché non aumenteranno i prezzi: con un deprezzamento del 10-15% della sterlina rispetto all’euro, i margini di esportazione si azzereranno e non sarà più conveniente esportare in Inghilterra e in tutto il Regno Unito, a meno che non aumenteranno i prezzi fino a recuperare il margine di perdita che si registrerà rispetto al deprezzamento. Se questo avverrà, le esportazioni continueranno ad avvenire in egual misura, ma senza fenomeni passivi non sarà più conveniente esportare i prodotti agroalimentari salernitani lì».

Il problema potrebbe riversarsi anche verso le destinazioni che utilizzano la Gran Bretagna come “porto” di partenza o di arrivo delle produzioni nelle distanze medio-lunghe…

«L’ortofrutta è una produzione con una portata, riguardo l’esportazione, abbastanza bassa se parliamo di medio-lungo raggio. Potrei immaginare il 20% di produzioni che vanno verso quel mercato, ossia nel Regno Unito: lo ribadisco, fin quando ci sarà la convenienza ad acquistare a dei prezzi che sono competitivi con gli altri Paesi sarà così. Va detto che il deprezzamento della sterlina potrebbe portare non pochi danni».

Quel 20% che si andrebbe a perdere rispetto all’export andrebbe perso definitivamente?

«È tutto da vedere. Noi abbiamo una situazione di embargo con paesi dell’est, Russia e non solo, che può rappresentare un mercato importante per i prodotti. In tal senso, stiamo riavviando qualche possibilità di esportazione anche verso l’Ucraina. Ci sono nuovi mercati, compreso il Medio-Oriente che sta crescendo a dismisura. Ci si orienterà verso quei Paesi che oggi sono serviti di meno dalle nostre produzioni, per problemi logistici o di prezzo. In qualche modo si supererà questa situazione. Potrà diminuire l’esportazione di qualche punto, ma il Regno Unito coprirà comunque un mercato importante. Stiamo però ragionando ancora su ipotesi».

Il prodotto italiano, in qualche modo, potrebbe subire un ulteriore danno d’immagine al di là dei tanti problemi legati alla contraffazione del made in Campania sul comparto agroalimentare…

«Il problema si risolve attraverso una norma che è stata votata dal Parlamento, con l’obbligo di etichettatura di origine su tutti i prodotti agroalimentari, che rende l’Italia la prima nazione in Europa che applica una normativa trasversale sui prodotti alimentari. Il fatto di poter affermare e dare trasparenza a un’etichetta, rendendola visibile ai consumatori, rappresenta un fattore competitivo che non ha eguali, al di là di frontiere e dazi. Il consumatore italiano, se messo in condizione di conoscere l’origine del prodotto, sceglie al 90% il prodotto italiano. Abbiamo una sempre maggiore invasione di prodotti esteri, specialmente nei reparti ortofrutta con produzioni che provengono da Spagna o Cina per frutta, aglio o riso, tutto grazie a varie triangolazioni europee che poi consentono al prodotto di diventare “italiano”. L’obbligo di etichettatura supera questo tipo di competizione e questo dumping: sarà questa la chiave competitiva che permetterà al sistema agroalimentare italiano di vincere sul mercato al di là della Brexit. Si tratta di uno spartiacque importante per la nostra agricoltura».

Il prodotto, come spesso lamentano i coltivatori, non è raccolto per scelta poiché non c’è margine di guadagno sufficiente nonostante la nuova rivalorizzazione del km 0…

«Questo non è corretto. I produttori italiani vendono a prezzi all’origine perché arriva molto prodotto dall’estero e in particolare da Stati in cui le normative sul lavoro e sui costi di produzione sono più bassi rispetto a quelli italiani. Lì c’è il problema. Se le pesche arrivano dal Marocco tramite la Spagna, è chiaro che in Sicilia le lasciano sugli alberi. Senza origine scritta in etichetta era tutto più difficile. In Europa non possono esserci dei dazi sulle frontiere e sull’import di prodotti dall’Europa, ma è vero che non c’è una norma che imponga con sanzioni importanti di scrivere in etichetta. Il consumatore italiano sceglie la produzione italiana, questa scelta sostiene i consumi e dà soddisfazione ai consumatori. I prodotti possono rimanere non raccolti in campo, ma accade quando i prodotti anticipano la produzione e deprimono il consumo abbassando i prezzi. Con l’origine in etichetta tutto diventa più semplice e favorisce i produttori locali».

Questo accade già per alcune produzioni che, nonostante l’indicazione della provenienza, non ottengono grandi benefici sul mercato…

«Parlando di prodotto fresco, la norma già esisteva. Il problema esiste sui succhi, ad esempio parliamo delle arance: l’80% del prodotto venduto serve per l’industria. Se, quindi, l’industria può comprare arance ovunque nel mondo senza dover indicare l’origine della materia prima, comprerà ovunque convenga. Si tratta di tutto il sistema, sia fresco sia lavorato: imponendo all’industria di mostrare tracciabilità del prodotto il circuito diventa visibilmente virtuoso e positivo. Come già accade, ad esempio, per il pomodoro: prodotto e confezionato in Italia con pomodori coltivati in Italia. Il pomodoro, prima della normativa applicata, poteva venire dalla Cina o da qualsiasi altra parte e non c’era obbligo di metterlo in etichetta. Il prezzo del pomodoro, con queste norme, non è andato in crisi. Così andrà con le arance: innalziamo dal 12% al 20% il contenuto di arance in una bottiglia di aranciata, perché sappiamo che solo il 12% è arancia e il resto è acqua. Comunicando al consumatore che le arance devono essere italiane, quando quest’ultimo vedrà che il prodotto è realizzato con arance del Magreb o della Sicilia, sceglierà il made in Italy per ragioni che riguardano anche la sicurezza. Molti prodotti fitosanitari vietati in Italia sono assolutamente legali in Nord-Africa. Il prodotto italiano è, quindi, anche sano e controllato: non dimentichiamo che tra le norme attuate c’è, non ultima, quella sulla sicurezza sui luoghi di lavoro e sul caporalato. In contrapposizione a questo ci mettiamo le arance fatte all’estero, raccolte senza nessun tipo di sicurezza e realizzate utilizzando fitofarmaci che spesso sono cancerogeni e arrivano sulle nostre tavole. La verità è data dall’origine in etichetta: si tratta di un vantaggio per consumatori, produttori e garantisce trasparenza a tutta la filiera».

C’è ancora lo spettro della Terra dei Fuochi?

«Si è trattato soltanto di un boom mediatico. I giornalisti, per vendere i giornali, creano queste situazioni di allarmismo mediatico. L’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, in Campania, nel 2018 ha fatto oltre 100mila controlli su matrici acque, suoli e prodotti per certificare che i prodotti campani sono assolutamente salubri e non hanno alcun problema dal punto di vista della sicurezza alimentare. Esiste un problema di gestione dei rifiuti in Campania, ma questo dato purtroppo riguarda qualsiasi cosa e non solo il comparto agroalimentare: riguarda il fatto che le comunità non fanno la differenziata, che si smaltisce male il prodotto, che non esistono inceneritori diffusi ma è un problema generalizzato non ascrivibile all’agricoltura. Ci sono anche roghi, è vero, che avvengono in maniera incontrollata, ma sono situazioni puntiformi e localizzate. Si può parlare di alcuni comuni della Campania, non della Campania intera. Esistono questi malcostumi ma non è che si possa parlare di Terra dei Fuochi, io non ne parlerei mai. Dobbiamo eliminarlo dal lessico comune che riguarda la nostra terra, perché fa male ai campani e al popolo italiano parlare di queste situazioni. Dobbiamo superarla con intelligenza, evitando di marchiarci in questo modo».

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