Prefabbricato 59: Lucia se n’è andata

di Marta Naddei

Lucia se n’è andata. Lucia se n’è andata dopo aver rivendicato il suo diritto alla casa. Lucia se n’è andata dopo aver provato a vincere, riuscendoci almeno per metà, la sua battaglia. Lucia se n’è andata dopo essere riuscita a trascorrere qualche giorno nella sua – seppur temporanea – nuova abitazione, dopo quasi 40 anni vissuti tra le fredde pareti di un prefabbricato. Lucia se n’è andata dopo essere riuscita a vedere il suo container smantellato. Lucia se n’è andata all’età di 88 anni, a causa di alcuni problemi respiratori.

Lucia, l’ultima abitante del campo terremotati di Pregiato, frazione di Cava de’ Tirreni, ha resistito ma la casa popolare che tanto desiderava e che le sarebbe spettata di diritto non è riuscita a vederla. E’ morta, dopo un breve periodo di degenza ospedaliera, la scorsa settimana.

Una beffa, soprattutto se si ripensa alle sue parole, rivolte a chi, nonostante le promesse e gli impegni assunti, non le aveva ancora garantito una casa attesa per quattro decenni: «Stanno aspettando solo che io muoia». Per 38 anni, quel “Via Luigi Ferrara. Prefabbricato numero 59. Campo di Pregiato, frazione di Cava de’ Tirreni” è stato l’indirizzo di Lucia Senatore, ex operaia della Manifattura Tabacchi ed ex bidella. Un indirizzo che la donna vedeva sul suo documento d’identità, alla voce “residenza”, e che compariva su tutta la sua corrispondenza.

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Il campo terremotati di Pregiato, a Cava de’ Tirreni (foto Gerardo Albano)

Già, perché dal 1980 la casa di Lucia è stata quel container: gelido, scheletrico, ravvivato solo grazie ai suoi interventi. Quella sera del 23 novembre 1980, il sisma di 6.9 gradi distrusse anche l’abitazione dell’allora cinquantenne Lucia: non restò nulla e la donna entrò a far parte del battaglione di sfollati causati dal tremendo terremoto dell’Irpinia. «Tutti nei prefabbricati. Tranquilli, sarà una soluzione tampone. Presto avrete una nuova casa». Queste le parole che, all’epoca, si facevano strada tra le migliaia di sfollati, rassicurati in merito al fatto che, quella dei container, sarebbe stata una soluzione temporanea, utile solo ad affrontare l’emergenza. Cinque anni: questo doveva essere il periodo massimo di permanenza. Di anni ne sono passati cinque, poi altri cinque, poi altri cinque ancora, fino ad arrivare a quasi otto lustri. A quasi 40 anni.

Lucia ha condotto strenuamente la sua battaglia: quella per vedersi riconosciuto il sacrosanto diritto alla casa, calpestato da indifferenza, burocrazia e furbizia. E, con il coltello tra i denti, aveva fatto in modo che quella struttura di lamiera che la “intrappolava” divenisse quanto di più simile ci fosse a una vera casa, nonostante dovesse comunque far fronte a numerose difficoltà di non poco conto: prima la copertura in eternit – rimossa e poi sostituita – poi, gli spifferi e la pioggia che costantemente filtrava dalle pareti.

Non ha demorso, la signora Lucia, e quel prefabbricato l’ha curato, abbellito, riparato alla meno peggio, consapevole che si trattasse dell’unica soluzione che le istituzioni riuscivano a garantirle. Uno spiraglio di luce nel degrado in cui, negli anni, il campo di Pregiato era sprofondato, soprattutto dopo che, gradualmente, tutti gli abitanti sono riusciti ad ottenere alloggi popolari. Strutture fatiscenti, amianto, immondizia di ogni tipo: lo spettrale scenario di via Luigi Ferrara è stato questo per anni.

Quello del 2018, per Lucia Senatore, è stato il primo Natale trascorso in una casa di cemento: qualche mese fa, infatti, c’è stata la consegna delle chiavi di un mini appartamento di circa 40 metri quadri ricavato dalla riconversione di un vecchio ambulatorio medico, a circa cinquecento metri dal campo prefabbricati. Una soluzione provvisoria, certo, in attesa che una vera e propria casa popolare potesse essere messa a disposizione dell’anziana.

Quarant’anni nei quali Lucia Senatore non si è lasciata abbattere da quel diniego alla sua richiesta, respinta perché mal compilata; non si è accontentata, quando le è stata proposta una sistemazione che non aveva una camera da letto; non si è spostata di un millimetro dalle sue convinzioni: una nuova casa avrebbe dovuto ospitarla, ovviamente, purché fosse dignitosa e le consentisse di restare perfettamente nei parametri di legge.

Abbandonata, snobbata, superata nelle graduatorie per l’assegnazione degli alloggi da nuclei familiari più numerosi: già, perché tra i “difetti” della posizione della signora Lucia c’era quello di essere una donna sola. Per lei, appartamenti piccoli, adatti ad ospitarla, non sono mai stati individuati. Così, pur con un pizzico di diffidenza (a causa della possibilità di dover affrontare un doppio trasloco, una volta trovata la sistemazione definitiva), Lucia Senatore ha lasciato quel prefabbricato verde ed è entrata nel suo mini appartamento.

Ha potuto goderselo solo per poche settimane, prima del ricovero e, infine, del decesso. Lucia Senatore, 88 anni, è morta dopo aver combattuto. Una lotta alimentata da un sogno: quello di una casa nuova, vera, che potesse essere degna di questo nome.

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