Ciro Caliendo, il maestro che voleva fabbricare un suono

di Vittorio Cicalese

Il Maestro Ciro Caliendo, salernitano doc, è tra i liutai più apprezzati al mondo per le sue creazioni, vere e proprie opere d’arte.

Il liutaio è, come altri mestieri antichi, in via di estinzione…
«Partiamo dalla situazione italiana: il danno maggiore che l’arte liutaria sta ricevendo, ormai da tanto tempo, è il mercato. Perché già da troppi anni è privilegiatissimo il mercato degli strumenti antiquari ma gli strumenti attuali, moderni, fatti a mano anche con criteri seri, sono poco considerati. Con una frase un po’ ad effetto, qualche volta dico che «molti liutai dovrebbero imitarmi”, poiché mentre loro mirano al mercato io, per la verità e senza troppa retorica, “miro all’infinito”».

Come nasce il Maestro liutaio Ciro Caliendo?
«Come ho già scritto in un libro pubblicato nel 2003, sono partito da un’esperienza del tutto casuale che fu prima l’incontro con il maestro salernitano Vincenzo Annarumma, liutaio di altissimo livello che aveva tra l’altro imparato il suo mestiere, nei primi dell’900, da uno dei liutai napoletani oggi più apprezzati, Vincenzo Postiglione e poi con suo figlio Mariano suo geniale continuatore. Nel 1992 dopo la morte di Mariano ereditai tutto il laboratorio Annarumma con le forme, le ricette delle vernici, gli attrezzi di lavoro e altro ancora. Oggi continuo a lavorare con le loro antiche forme e non faccio le solite copie di Stradivari, Guarneri e altri ancora. Il mio lavoro è in perfetta continuità con la tradizione e questo è un punto per me fondamentale perché, utilizzando un termine di paragone più “appetibile”, se a Reggio Emilia fanno un ottimo parmigiano, noi qui al sud facciamo delle magnifiche mozzarelle. Esiste una tradizione liutaria napoletana mai sistematicamente indagata, ma non per questo minore, che non ha nulla da invidiare ai grandi cremonesi che oggi sono, forse troppo, celebrati».

Cosa si può invidiare, dunque, alla grande scuola liutaria del nord Italia?
«Non si ha assolutamente nulla da invidiare. In un articolo storico che trovai in internet c’era l’opinione di un grosso esperto americano di strumenti musicali, William H. Moennig, che diceva che la liuteria napoletana alla fine dei conti è quella che si avvicina di più alla liuteria bresciano-cremonese della fine ‘600 inizio ‘700».

Uno degli attestati di stima più importanti per il suo lavoro è quello del maestro Salvatore Accardo…
«Per mia fortuna questo è proprio vero. Il Maestro Accardo, oltretutto, è una persona di famiglia: è stato a casa mia moltissime volte. Un incoraggiamento così, per uno come me che, non lavora nei grandi centri rinomati a livello internazionale, è stato non un trampolino di lancio – poiché ero già lanciato – ma una conferma dell’effettiva bontà dei i miei sforzi».

A Cremona si tiene ogni anno Mondomusica, una fiera internazionale dedicata alla liuteria che la vede sempre tra i protagonisti…
«Vado sempre a Cremona come osservatore, non ho più necessità di essere presente, sono già conosciuto. Va detto che CremonaMondomusica, è un appuntamento internazionale, è un po’ come “la piazza del paese” se non passi non sai le novità».

Cosa contraddistingue uno strumento qualsiasi da un suo strumento?
«Io lavoro soltanto sulle forme che ereditai dai miei maestri, in particolare sul modello Lorenzo Ventapane, magnifico liutaio napoletano del ‘700. Non solo continuo a usare quella forma ma credo di essere il continuatore di quel modo di fare liuteria. Non mi affatico a ricercare innovazioni ma, semmai, tento di seguire con estremo rigore la tradizione. Credo sia questa la ragione delle mie affermazioni in Italia e all’estero.»

Ci furono alcune iniziative culturali sul territorio salernitano, come Violammore, che partirono proprio grazie a lei…
«Era un tentativo di ricordare alla città di Salerno una ricchezza che ha avuto. Sembra un po’ troppo autoreferenziale, ma dietro ogni grande brano di musica c’è un grande liutaio. La rassegna, dal 2012, non fu più finanziata per motivi che non ho capito se fossero politici o finanziari».

Come si può migliorare la situazione musicale a Salerno?
«Sicuramente indirizzando meglio certi fondi con lo scopo di creare un’orchestra stabile e una situazione dove più che allo spettacolo si miri alla cultura musicale. Partendo, ovviamente, dai giovani. Perché il danno maggiore è quello della spettacolarizzazione: anche i bravissimi ragazzi che escono dal nostro conservatorio e dal liceo musicale sono sempre più portati a spendersi su repertori fortemente brillanti, ma dal punto di vista musicale sarebbe bene che approfondissero di più gli studi che non pagano immediatamente, ma sono alla base dell’interpretazione musicale».

Pare quasi scontato ricordare il detto nemo propheta in patria…
«Diciamo che il mio target di riferimento non può essere Salerno, perché c’è poca vita musicale con sole opere liriche, nulla si sinfonico e ancor meno di musica da camera: Semmai potrei dire che i rapporti con alcuni musicisti locali sono più che floridi, con sempre rinnovati rapporti di stima e di affetto. Si potrebbe ipotizzare, come era desiderio mai appagato anche dei miei maestri, di impiantare a Salerno una scuola di liuteria. Impegno però particolarmente grosso per il quale ho esperito qualche tentativo ma risposte non ne ho mai avute».

Le piacerebbe, quindi, trasmettere la sua arte a un giovane appassionato?
«Ho avuto anche degli allievi, ma purtroppo ad oggi anche un apprendistato si vincola direttamente al meccanismo tempo-denaro, per cui pur essendo ben lieto di avere allievi – e ne ho avuti – anche se nessuno poi ha saputo fare davvero tesoro di quello che ho potuto insegnare, il problema è che un apprendista pretenderebbe un immediato guadagno o comunque un guadagno legato al breve termine. Questi mestieri sono nati senza il meccanismo tempo-denaro: nacquero semplicemente perché nel momento in cui è comparso il violino non esisteva questo rapporto così stretto tra i due fattori ma esisteva l’etica del ben fatto. Va aggiunto che alla base del mio mestiere non ci può essere un avvio fatto solo di buona manualità: io per primo, quando partii, non avevo nessuna manualità. Mi spinse soltanto l’amore per la musica, il mio desiderio di “fabbricare un suono”. Non si tratta quindi di saper fare qualcosa, poiché soprattutto con i mezzi e con le comunicazioni attuali, se si vuole, si può trovare in internet un intero corso di liuteria. Il problema non è fare uno strumento per realizzare un immediato guadagno. Quando mi occupavo di critica musicale per il Paese Sera per Il Mattino e per altri organi si stampa, ho più volte fatto trapelare il problema del come. Oggi vedo che qualsiasi messa in scena mira all’applauso del pubblico, spesso drogato dalla peste televisiva. Saper leggere è ben diverso dal fare arte: tutti sappiamo scrivere, pochi sono i poeti veri. Il problema della musica è questo, quello di essere arte. E se è arte non è per tutti, se è per tutti non è arte».

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