L’estinzione dei giornalisti

di Vincenzo Benvenuto

E non pensiate che io non lo capisca. Sebbene cerchi di dimenticarlo un giorno sì e l’altro pure, so quello che si prova: organizzi uno sciopero contro il licenziamento di alcuni colleghi, dopodiché, quando ti accingi a tornare in redazione, trovi la porta chiusa.

Non me ne vogliate, ma mi scappa da ridere: non trovate, infatti, esilarante anche voi la storia di nove giornalisti che scioperano per salvare il culo a quattro colleghi già licenziati, mandati a casa pure loro? E ciò che accade al giornale per il quale lavorano, che basta un’alzata di sopracciglio dell’editore che kaput, fine delle trasmissioni? Bel successo, non c’è che dire. E l’Ordine, i sindacati, i partiti? Ovvio: si costernano, s’indignano, s’impegnano, poi gettano la spugna con gran dignità. E io rido, rido di gusto. Cinico? Infame? Ma quando mai!? La colpa è vostra. Anzi, la volete sapere la verità? Io non conosco una categoria più stupida dei giornalisti. Al ginnasio, ci hanno fatto studiare l’«Heautontimorumenos» di Terenzio.

Ecco, proprio come recita il titolo della commedia: il giornalista è «il punitore di se stesso» per antonomasia. Lo vedi, avvinto dal fuoco sacro della predestinazione, seguire conferenze, sbattersi a scrivere pezzi su pezzi per pochi euro, cercare indizi e conferme alle sue intuizioni, manco se dalla sua abnegazione dipendesse la salvezza del mondo. Illusi, mentalmente deviati, questo siete.

Io? No, e perché dovrei provare astio per voi? Mi fate pena, ecco tutto. Come dite? «Piano con le parole»? Ora mi scompiscio. A voi vi hanno inguaiato la grammatica e la sintassi, date retta a me. Perdete il sonno e la ragione a ricercare, a verificare le fonti e a scrivere. E che ve ne viene quando, in un articolo di seicento battute, è tutto grasso che cola se il lettore ne legge duecento dopo averne frainteso cinquanta?

Senza contare il discredito da cui siete circondati. Siete passati, che risate, dal «cane da guardia del potere» al «cane da riporto di Mafia Capitale», con un intermezzo di «infimi sciacalli» e di «squadristi con telecamera».

E voi lì, con il torpedone delle vostre penne a rimirare, naso in su, il jet delle fake news. Siete una specie estinta, una fossa comune che non merita commemorazione. E non pensiate che io non vi capisca. Anch’io sono stato, infatti, uno di voi. Un giornalista con la mia bella tessera e i miei articoli al calor bianco. Poi ho capito. Adesso ho oltrepassato il Rubicone.

Quando si combatte sempre dalla parte degli ultimi, infatti, succede che ti stanchi di prendere calci negli stinchi, e vuoi finalmente vincere. D’altronde, non ha detto una cosa simile pure Higuain quando dal Napoli è passato alla Juventus? Siamo umani, troppo umani.

Ora io sono colui che guida l’informazione, la piattaforma Rousseau che manipola il Quinto Potere. Decido io, adesso, quando una notizia deve passare e con quale percentuale di mistificazione. Il mio compito, nella società dei semi-analfabeti del web, è tremendamente semplice. Faccio le dosi, un tot di verità, un altro di finzione. Già, proprio come un cuoco con le pietanze. Sperimento, ma soprattutto vinco, sempre e comunque.

Certo, non vi nascondo che a volte, quando lo specchio mi tende gli agguati e mi costringe a specchiarmici, ho un conato di vomito. Ma quando penso a voi, licenziati dal giornale in cui avete profuso l’anima solo perché un editore ha deciso che basta così, mi riprendo. E sorrido, pur sapendo che la parte giusta della storia, è proprio la vostra. Che dire? Voi disperatevi nella ragione, io me la scialo nel torto. Me ne farò una ragione.

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