550 euro al mese

di Vincenzo Benvenuto

«550 euro al mese…» scorge, sul mio volto, un’espressione che ci mette troppo a rintanarsi nel falso di giornata «escluse le spese, però» – s’affretta a precisare. La vedo piccola, dall’altra parte del caffè. Fuma nervosamente, alla stessa maniera, cioè, di chi ha dovuto imparare a fumare per maturare il diritto all’unica pausa che il dominus potesse capire e approvare.

Cinquecentocinquanta euro al mese: 500 la base, 50 la speranza che prossimamente diventerà 100, 150, e via di questo passo, di balzello in balzello, di impegno in impegno, di ricatto in ricatto. Virginia è qui, davanti a me, dopo che grovigli di situazioni ed esperienze hanno allontanato le nostre vite; vite che, a pensarci bene, non sono mai state troppo vicine. E come potevano esserlo? Io, il cazzone del liceo, che chiamava il suo Sì Piaggio «La Poderosa»; lei, la ragazza di buona famiglia, che aveva chiamato gli adorati gattini Castore e Polluce. Io che organizzavo gli scioperi durante le giornate «pesanti», lei che aderiva alle manifestazioni solo quando coincidevano con il giorno d’assemblea ed esclusivamente per ragioni altamente meritorie; io impegnato fino allo sfinimento ad afferrare lo scalpo dello sfuggente 6, lei che veleggiava indomita verso il Parnaso delle eccellenze.

Cinquecentocinquanta euro al mese, e il tutto con buona pace del De Bello Gallico mandato giù a memoria, della laurea in giurisprudenza a tempo record e con il massimo dei voti, del brillante dottorato che aspetta ancora un concorso per ricercatore bandito apposta per lei. Ma si sa, c’è prima la figlia del Sindaco, poi il nipote della Professoressa, poi… Di troppi, pesanti «poi» è puntellata la sua voglia di spiccare il volo. «E ti ricordi dei passi di versione arrotolati che ti lanciavo all’ultimo banco?». Riesce finalmente a sorridere, sia pure di un sorriso meno selvatico e più addomesticato ai compromessi della vita.

“550 euro al mese a te, che ti tuffavi nell’oceano degli ottativi, dei periodi ipotetici e che infine riemergevi, trionfante, sui mulinelli e le correnti insidiose della versione in classe.” E ora? Ora ti si chiede, fantastico uccello siderale, di volare basso, troppo basso. E tu, come l’albatros di Baudelaire, te ne stai, «maldestra e vergognosa», a sfornare atti in serie in cui bisogna ricordarsi di cambiare solo le generalità delle parti perché, per il resto, vanno bene così. La serata si avvia alla conclusione. È il momento di lasciarci, di andare via. Si è a quel punto in cui, se osassimo rimanere un altro minuto soltanto, ci consegneremmo, mani e piedi, al lazzo dei «se avessimo…», dei «ma quando è passato tutto questo tempo?»: tentazioni deleterie, senza dubbio alcuno.

Cinquecentocinquanta euro al mese! Abbiamo capito il momento: siamo briciole sparute sotto il tavolo della grande abbuffata. Ti saluto. Prima, però, ti abbraccio. Non c’è mai stato niente tra noi, troppa determinazione per la mia incostanza e, per quanto ti riguarda, troppo maturità per i miei aneliti scioperati. Eppure, adesso lo so, ti voglio un bene dell’anima.

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