La delusione e l’addio a Salerno: «Questo Pd non mi rappresenta più»

di Marta Naddei

E’ stato uno dei primi renziani salernitani ma, da quel progetto, si è allontanato dopo esserne rimasto deluso. Luigi Bernabò, per tutti Gino, per cinque anni – dal 2011 al 2016 – ha occupato uno scranno a Palazzo di Città, seduto tra i banchi della maggioranza di Vincenzo De Luca. Un quinquennio durante il quale ha ricoperto anche il ruolo di vicepresidente della commissione politiche sociali.

Dopo la mancata rielezione tra le file dei Progressisti per Salerno, alle elezioni del 2016, Ginetto Bernabò ha salutato Salerno e la sua realtà politica per trasferirsi a Napoli.

Lei è considerato uno dei “renziani della prima ora”. Come vede, in questo momento, il Pd e le primarie che si sono svolte domenica scorsa?

«Sono stato uno dei primi a credere che il nostro Paese avesse la necessità, con il Pd, di un nuovo, grande partito che con la fine del bipolarismo mondiale sapesse raccogliere il meglio delle esperienze e dei valori della sinistra riformista, liberale e del cattolicesimo sociale per un progetto di cambiamento morale e di sviluppo dell’Italia. Nella sfida che Renzi lanciò nel 2012 c’era la consapevolezza di quanto fosse necessario chiudere una fase politica che, anche e soprattutto dentro il partito, era ormai giunta al termine. Ho concorso nel mio piccolo, anche in questa città, a dare vita al Pd con lo slancio di un ragazzino e con la consapevolezza di un progetto importante, ma le mie aspettative sono state deluse da ciò che il partito è poi diventato anche nel nostro territorio e da ciò che ne ha fatto Renzi, in cui ho creduto dal primo momento, ma che ha tradito l’iniziale impulso verso la totale discontinuità da gruppi dirigenti e notabili interessati solo a perpetuare il loro potere. Egli ha finito invece con il rottamare i propri più convinti sostenitori e poi, con le elezioni dell’anno scorso, il partito. Le primarie dello scorso 3 marzo, sono le primarie del “dopo Renzi” e il sostanziale successo ci racconta la voglia di una parte dell’elettorato che abbiamo perso nel corso di questi anni e di tanti cittadini di ritornare a farsi sentire e di arginare la destra populista ed incompetente. Mettono il Partito democratico innanzi ad una duplice prospettiva: possono rappresentare un’inversione di tendenza ed aprire un reale processo di partecipazione alla scelte di una nuova linea politica di opposizione alla destra egoista e securitaria, che vuole spaccare il Paese e lasciare ai margini i più deboli ed al populismo incompetente e demagogico oppure ad un rituale esclusivo appannaggio di vecchi e nuovi apparati di potere, intenti solo a conservare se stessi in attesa che la stagione camb»i.

Lei è ex consigliere comunale: come guarda il Palazzo, oggi?

«Lo guardo da lontano. Un conto è vivere giorno per giorno la vita amministrativa di un ente, altro è leggere i resoconti dai giornali. Quando ci sei dentro, quando partecipi al complesso iter della decisione amministrativa, almeno per la parte che spetta al Consiglio, riesci a cogliere tutti gli aspetti di ogni singola vicenda. Da fuori tutto appare ovviamente più indistinto. Certe sfumature, anche importanti, non si percepiscono. Tranne che in alcuni settori, come quello delle politiche di aiuto alle fasce disagiate della popolazione, di sostegno all’infanzia o dell’assistenza agli anziani, rispetto ai quali vedo proseguire lo sforzo messo in campo in questi ultimi anni, è sotto gli occhi di tutti il peggioramento delle condizioni generali della Città. Vedo un generale arretramento rispetto ai miglioramenti degli ultimi decenni e questo mette anche in discussione, se vogliamo fare una lettura politica, la tenuta di un gruppo dirigente che intorno a De Luca in questi anni ha ben amministrato la città, trasformandola in profondità sotto il profilo dell’urbanistica e delle infrastrutture, della vivibilità nei quartieri, ma che oggi sembra alla deriva, imprigionata in vecchie logiche, trascinarsi in una difficile ordinarietà ed incapace di pensare ad un nuovo progetto di sviluppo economico della città. E questo dà la sensazione di un Palazzo lontano sempre più dai bisogni reali e di un sistema ripiegato su se stesso e senza alcuna prospettiva di cambiamento. Insomma di un Palazzo che dopo decenni sembra aver rotto le autentiche relazioni con la base sociale e produttiva della città».

Quali sono, tra ieri e oggi, le differenze politiche e istituzionali?

«Innanzitutto c’è una differenza di stile amministrativo tra il primo cittadino di allora e quello di adesso. Ciascuno dei due ha una propria cifra, ben distinguibile, che credo si rifletta sul modo di fare politica e di amministrare. La differenza profonda credo però sia altrove. Le amministrazioni De Luca non hanno mai avuto di fronte una Regione amica. Prima Rastrelli, poi lo stesso Bassolino, infine Caldoro: per tutti, in un modo o nell’altro, il sindaco di Salerno rappresentava un antagonista. Vincenzo Napoli ha invece la possibilità di interloquire con una Regione Campania attenta al valore che Salerno porta. Al tempo stesso, si vede purtroppo a confrontarsi con un governo nazionale che a me pare assomigliare a una nebulosa indistinta e insondabile».

Quali iniziative ha condiviso e quali, invece, non l’hanno convinta dell’amministrazione comunale?

«Non vivo più a Salerno e lavoro a Napoli, per cui guardo, come ho detto, abbastanza da lontano alle vicende di Palazzo di Città. Se mi si chiede qual è la cosa sulla quale ho lavorato da consigliere che mi piacerebbe vedere riproposta, non ho dubbi nel rispondere che è la Salerno Family Card. Un progetto che poteva avere, con franchezza, una profondità diversa. Temo però che uno scarso aiuto in tal senso sia venuto anche da un’area dell’associazionismo che, col senno di poi, mi pare essere stata più attenta alla contrapposizione ideologica che alle esigenze reali delle famiglie».

Come si colloca a livello nazionale? E a livello regionale?

«Non mi sento rappresentato, né a livello locale, né nazionale da alcun esponente del Pd, semplicemente non mi colloco, a nessun livello. Se ci sarà bisogno di una mano, mi troveranno sempre. Soprattutto negli ambiti che sono più vicini al mio percorso: il dialogo fra politica e società civile e la formazione dei giovani. Credo però che questo non è tempo di distinguo correntizi, ma d’impegno. Su progetti di difesa dei diritti e di promozione della cittadinanza sono sempre attivo e sarò sempre disponibile a collaborare. Mi sono, ormai, allontanato dalla vita politica amministrativa perché ho visto sempre più prevalere metodi lontani dalla mia sensibilità culturale e politica ed autoalimentatasi da meccanismi di selezione chiusi, autoreferenziali, perciò incapaci di rispondere al merito ed agli interessi generali. Se avessi continuato avrei deluso me stesso ed i tanti amici e cittadini che mi avevano sostenuto e che ancora oggi mi chiedono di ritornare. La politica è nel mio dna, è un pezzo significativo della mia vita che ho sempre cercato di vivere, anche nei momenti più aspri, non per appagare le mie ambizioni, ma per dare un aiuto a chi ne ha bisogno».

Si ricandiderebbe al Consiglio comunale di Salerno?

«Oggi non vedo le condizioni per un nuovo impegno, non credo di ricandidarmi in futuro al Consiglio comunale di Salerno. È stata un’esperienza bella, intensa, nutriente. Certo, come in ogni vicenda della vita, non è mancata qualche incomprensione o un pizzico di delusione. Il bilancio resterà comunque positivo».

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