La fine del renzismo

di Andrea Pellegrino

Più che la vittoria di Nicola Zingaretti, che è indubbia, le primarie di domenica scorsa hanno sancito un ulteriore dato che pure potrebbe essere indubbio: la fine del renzismo. O almeno la fine del renzismo all’interno del Partito democratico. I dati parlerebbero chiaro: anche in quei territori dove il voto è stato indirizzato – l’esempio eclatante è la provincia di Salerno e più in generale la Campania –, Maurizio Martina non ha fatto la sua bella figura. Insomma, chi ha votato Zingaretti ha espresso anche la volontà di mettere fine ad una stagione partita bene e sotto i migliori auspici e finita malissimo. De Luca, Lotti ed il giglio magico, alla fine, sono crollati sotto Matteo Renzi che nel costituendo Partito democratico avrà spazi risicatissimi.

La sua colpa? Aver creato aspettative quando vestiva i panni del rottamatore, quando anche a Salerno aveva investito su un gruppo di giovani e motivati amministratori – i cosiddetti “renziani della prima ora” – per poi scaricarli all’arrivo di Vincenzo De Luca che, a sua volta, con una notturna giravolta, aveva scaricato Pierluigi Bersani. Forse Martina avrebbe dovuto dare ascolto al suo secondo, Matteo Richetti, aprendo così una stagione nuova e probabilmente contenendo i danni. Invece l’ex ministro avrebbe voltato lo sguardo verso il passato e non verso il futuro, con la conseguente disfatta alle primarie di domenica.

L’annuncio di Nicola Zingaretti lascia presagire una nuova strada del Pd verso il futuro. Naturalmente tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare e in politica tutto può succedere. E Renzi ne è la dimostrazione.

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