Modella e mamma in carrozzina: la nuova vita di Monica Pisapia

di Erika Noschese

La sua vita è cambiata per sempre all’età di 19 anni. Un incidente stradale l’ha costretta a trascorrere il resto della sua vita sulla sedia a rotelle. Monica Pisapia, splendida 34enne di Cava de’ Tirreni, ad un certo punto decide di prendere in mano la sua vita e ricominciare. Oggi è mamma e modella.

Monica non ha mai smesso di lottare, per la sua vita e la sua indipendenza, e lancia un appello a chi vive le sue stesse difficoltà: «La vita è bella. Bisogna accettarsi per ciò che si ha e non ciò che è stato bella. Bisogna accettarsi per ciò che si ha e non ciò che è stato perso».

Monica, all’età di 19 anni un incidente stradale le ha cambiato la vita. Cosa è accaduto?

«15 anni fa ho fatto un incidente stradale e sono rimasta in carrozzina. E’ stato un impatto brutto. L’incidente si è verificato all’altezza della litoranea: io e mio marito (all’epoca dei fatti fidanzati, ndr) eravamo andati a mangiare un panino e a bere una birra. Non eravamo andati a ballare, come invece riportavano all’epoca i giornali. Al ritorno, sul rettilineo una macchina stava facendo retromarcia, mio marito stava sorpassando quando la vettura ha svoltato e siamo andati a sbattere nel muro».

Da allora la sua vita è totalmente cambiata…

«Sì, dalla sera alla mattina davvero. Mi sono trovata in ospedale, lucida e cosciente di tutto. Ho capito all’istante come sarebbe andata: la mattina mi sentivo già diversa fisicamente, il tono muscolare delle gambe era diverso, completamente diverso. Mi ero accorta di tutto, senza che i medici mi dicessero nulla. Forse è questo, il fatto di aver capito fin da subito che la mia vita era cambiata. Poi, ho visto tutte le persone intorno a me stare male – in  particolare i miei genitori – e ho dovuto necessariamente farmi forza».

Poi ha deciso di dare una svolta alla sua vita, diventando modella…

«Sì, dopo tanti anni di fidanzamento mi sono convinta a sposare mio marito perché non volevo “rovinargli la vita”. All’inizio era tutto un po’ complicato ma soprattutto è stato difficile tornare alla normalità a Cava de’ Tirreni, a causa delle barriere architettoniche. Inoltre, abitavo al terzo piano senza ascensore e il mio papà – che all’epoca aveva 64 anni – doveva prendermi in braccio per farmi salire o scendere. Era veramente un casino, ho fatto il passaggio alla patente B speciale ma ho dovuto imparare con gli adattamenti da sola perché a Cava de’ Tirreni non c’era una macchina che mi permettesse di fare pratica».

Difficoltà oggettive dovute soprattutto alle barriere architettoniche che continuano ad essere un problema anche nel 2019…

«Sì, è assurdo. Prima di entrare in un bar o ristorante devo chiedere se il bar è accessibile perché spesso sono piccoli e stretti. Con le scale, invece, non ho più problemi. Mio marito mi ha portato al Duomo di Milano facendomi fare gradino per gradino con la mia carrozzella. Dal punto di vista delle barriere architettoniche Cava de’ Tirreni è ancora un po’ assurda».

Sfilare in passerella nonostante la disabilità. Un messaggio forte per le donne che vivono difficoltà simili alle sue…

«L’ho fatto soprattutto per superare e abbattere le barriere mentali, non ne posso più. Quando 15 anni fa è accaduto l’incidente, il difficile è stato relazionarsi con le persone perché prima di vedere Monica come persona vedevano la mia sedia e questa cosa mi infastidiva molto. Anche per questo ho iniziato a sfilare: mi dà fastidio quando qualcuno, ancora oggi, si permette di dire “peccato per questa ragazza”. Piuttosto, peccato tu che pensi ancora a queste cose. Io ho una vita bellissima, a me non manca niente: gestisco casa da sola, ho due figlie piccole che ho cresciuto io, senza alcun aiuto. Sono fiera di me stessa, perché sono consapevole delle difficoltà anche perché vedo che ci sono ragazze che chiedono aiuto anche per salire in macchina mentre io faccio tutto da sola».

Quanto è stato difficile abituarsi a questa nuova vita?

«All’inizio non è stato semplice: ho imparato ad essere indipendente con la carrozzella in Germania. Dopo l’incidente ho fatto riabilitazione a Roma ma qua siamo ancora indietro e mia madre, che non voleva rassegnarsi all’idea di avere una figlia in carrozzella, mi ha portato in Germania per fare riabilitazione in uno dei migliori ospedali. E’ lì che ho imparato a fare tutto da sola, dal salire in macchina a smontarmi la sedia per tenerla accanto, a salire e scendere dalla vasca, a cadere e rialzarmi da sola con la carrozzella. Poi sono tornata qua e con l’esperienza ho appreso altre cose. Non è impossibile vivere in sedia a rotelle». Quanto è stato difficile per chi le era accanto abituarsi alla nuova Monica? «Per loro non è stato molto difficile perché ho sempre rifiutato gli aiuti e loro mi lasciavano fare. Forse ho trasmesso loro la forza di andare avanti. Immagino quanto sia stato brutto per mio padre sentirsi dire di avere una figlia handicappata. Parole brutte che sono state davvero rivolte a mio padre, con me davanti. Ho visto l’espressione del suo viso cambiare».

Se potesse lanciare un appello alle persone che invece non riescono ad accettare la loro condizione, cosa direbbe?

«Direi di accettarsi perché la vita è bella, di non vedere ciò che non si ha ma ciò che hanno perché la persona è sempre la stessa, magari con un qualcosa in meno ma una forza in più. Direi loro di non abbattersi perché la vita è veramente bella. Io sono andata avanti perché ho un amore immenso per la vita. Nulla finisce se non quando si muore. A me è stata data una seconda possibilità e non come un qualcosa di molto negativo ma anche io ho avuto il mio periodo buio, in cui non sapevo come fare. Questo perché, per la riabilitazione, sono stata in un ospedale senza barriere architettoniche, protetto. Quando sono uscita e mi sono rapportata con il mondo esterno sono iniziate le difficoltà. Ma sono barriere architettoniche ma si possono superare. Io mi vedo sempre bella e quando mi preparo spesso mi dico “però, dai, posso andare”. Alle volte quasi mi dimentico della carrozzella».

Mamma, moglie, modella. Quali sono i suoi obiettivi futuri?

«Mi stanno arrivando tante proposte e di questo sono felice. Ora, il mio sogno è sfilare nella mia città, a Cava de’ Tirreni perché questi paesi hanno bisogno di conoscere questa realtà». Se invece potesse dire qualcosa a chi ha ancora una mentalità chiusa, come ha detto lei? «Direi di non fare commenti pietosi. Anche se siamo seduti in carrozzina abbiamo un cuore, proviamo dei sentimenti e alle volte le parole ce le facciamo scivolare addosso ma fanno comunque male. Non dobbiamo vergognarci di nulla. Bisogna attrezzare le strutture sportive per permettere ai disabili di fare sport. Piccole cose che ad oggi ancora mancano e spero che un giorno anche qui si possa avere un mondo alla portata di tutti, anche dei disabili seduti in carrozzina».

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