“Piccole Fiabe per Grandi Guerrieri”, i racconti di Matteo Losa tra emozioni e forza

di Clemente Donadio

Quando una persona gioca con le parole, quando decide di scrivere e mettere una sillaba dopo l’altra per creare un articolo, decide inconsapevolmente di raccontare ciò che vede intorno, ciò che la vita gli offre e anche i pensieri che circolano nella propria testa. Matteo Losa, 35 anni, da dodici anni lotta contro un tumore e con forza e determinazione mette nero su bianco fiabe che aiutano a sperare in un futuro migliore per sé ma soprattutto per gli altri. Piccole Fiabe per Grandi Guerrieri è un libro di fiabe sul cancro.

“Sono fiabe che non citano mai esplicitamente la malattia – racconta lo scrittore nella prefazione del libro – intanto perché, appunto, sono fiabe”. Rabbia, paura, gioia, tristezza, disprezzo, sorpresa e disgusto, sono sette emozioni che arrivano all’improvviso quando qualcuno o qualcosa sposta l’equilibrio che abbiamo creato nella nostra vita, quello che ci fa stare bene. Con la malattia ha cambiato i suoi piani e ha dovuto ritrovare quel famoso equilibrio, proprio come il soldatino di stagno di Andersen, la sua fiaba preferita, Matteo ha deciso di seguire il suo secondo sogno.

Se anni fa sognava di fare il calciatore, ora sta realizzando il sogno di vedere il proprio libro sugli scaffali di una libreria. Una copertina gialla, un bambino che prova a volare. Concentriamoci su quel bambino dal nome Matteo.

Come puoi descrivere la tua infanzia e quali erano i tuoi sogni?

«La mia è stata sicuramente un’infanzia felice, gialla come quella copertina direi. Quando mi parli di sogni però ho difficoltà a dirtene uno in cui credessi veramente… Amavo giocare, inventare storie con i miei Gi-Joe e i Cavalieri dello zodiaco. Mia mamma me li ha dovuti strappare dalle mani a 15 anni, altrimenti sarei andato avanti in eterno credo. Forse, però, è stato proprio togliendomeli che ha innescato in me la ricerca di un’altra via per far fuoriuscire quelle storie dalla mia testa e sono finito a fare lo scrittore».

Sogni che ti hanno portato ad essere ciò che sei oggi. Un uomo che ogni giorno affronta la vita tra soddisfazioni, sacrifici e forza. Ogni giorno, però, grazie al tuo libro provi emozioni diverse. Qual è l’emozione più grande che hai vissuto fino ad oggi?

«Una in assoluto. Da quando ho cominciato a sognare di fare lo scrittore di mestiere mi sono sempre immaginato l’effetto che mi avrebbe fatto vedere il mio libro in libreria. L’orgoglio che avrei provato, le lacrime che mi sarebbero scese per tutti quegli sforzi, ecc. Poi è successo e… Niente. Passavo in libreria, vedevo il mio libro giallo e… Niente, non provavo nulla. Dopo circa due mesi dall’uscita del libro, mi sono ritrovato nel mio nuovo studio a montare una libreria di Ikea. Termino, inizio a riempirla di libri suddivisi per genere e, quando arriva il momento delle fiabe, inizio con quelle dei Grimm, Andersen, Losa… Losa?!? Il mio libro stava esattamente dopo i miei miti e vederlo lì mi ha pietrificato, mi sono messo a piangere e ho liberato finalmente tutte le emozioni che ancora non ero riuscito a far uscire».

Ricordi il momento in cui hai preso quel foglio bianco e hai iniziato a scrivere le tue “Piccole Fiabe per Grandi Guerrieri”? Ce ne parli?

«Il momento esatto non lo ricordo, perché la prima bozza di “Piccole fiabe per grandi guerrieri” risale a cinque, sei anni fa. Ho studiato dieci anni il genere della fiaba prima di arrivare a questo libro. Però ti posso raccontare il momento in cui ho capito che sarebbe nato veramente: stavo cominciando a parlare del progetto e della mia storia a diversi editori e alcuni di loro si sono mostrati interessati, ma mi chiedevano di lasciar perdere le fiabe classiche, ormai non più di moda, e scrivere la storia di bambini malati in ospedale che si facevano forza l’un l’altro, sognavano avventure, ecc. Essendo editori seri e credibili mi sono preso qualche giorno per riflettere bene sul da farsi, poi passeggiando in campagna insieme alla mia anima pelosa, il mio cagnolino Buzz, ad un certo punto ho detto: «No, io credo nelle fiabe!». Ho rifiutato e dopo qualche anno è nato “Piccole fiabe per grandi guerrieri”».

Ogni fiaba ha un suo protagonista, ogni protagonista una personalità diversa. A chi ti sei ispirato per dare vita ai protagonisti delle tue fiabe?

«Sicuramente a me stesso. In ogni racconto, fiaba, storia che scrivo o illustro c’è qualcosa di me. Dopotutto ho sempre criticato il mio allenatore quando a calcio mi metteva in panchina e ora che l’allenatore delle mie storie sono io non posso che farmi giocare titolare in qualche modo». La fiaba del libro che ti rappresenta di più e perché? «Certamente “Lo scoglio di Petra”. È quella che più di tutte rappresenta il percorso di vita che sto facendo, le mie sofferenze e le mie fragilità. Però è anche quella che mostra più di tutte il mio resistere anche quando non ce la faccio più e questa è una delle qualità di cui vado più fiero».

Da dove trai ispirazione per la tua scrittura?

«Mi nutro di storie sotto ogni forma: fumetti, romanzi, fiabe, serie tv, film al cinema soprattutto. Le storie degli altri mi catturano l’attenzione dando respiro alla mia mente e alla mia creatività che altrimenti lavorerebbero in continuazione. Spesso fatico a dormire perché non riesco a fermare la mente. Poi, anche la vita è un’ottima fonte d’ispirazione: un incontro casuale per strada, un pettegolezzo captato dagli amici, un gesticolare particolare di qualcuno che incroci al supermercato… Le storie sono dappertutto intorno a noi, basta saperle scorgere».

Riesci sempre a vivere con il sorriso. Cosa vuoi trasmettere con esso?

«In effetti è così. Sorrido molto spesso, anche quando non dovrei. Non so perché lo faccio, è la mia natura, il mio modo di affrontare le cose. Certo non è un sorriso inconsapevole e questo a volte fa male perché sorridere quando sai di non aver niente per cui farlo costa sacrificio, ti fa sentire stupido, però non ci posso fare nulla. Sono fatto così e credo che le persone che mi seguono lo apprezzino e cerchino di applicarlo poco alla volta alle proprie vite e ai propri problemi. Questo mi rende molto orgoglioso».

La fiaba che ami di più, quella che ti incantava quando eri piccoli e porti ancora oggi nel cuore…

«Da piccolo amavo tantissimo “Alice nel Paese delle Meraviglie”, anche se non ne capivo il motivo; poi però crescendo, quando ho imparato a conoscere il significato più profondo delle fiabe e viverlo anche sulla mia pelle, mi sono letteralmente innamorato del “Soldatino di stagno” di Andersen. La numero uno in assoluto!».

Ci parli del progetto Fairitales?

«Fairitales originariamente era un progetto di promozione culturale col quale io e una decina di ragazzi volevamo rilanciare il genere della fiaba, raccontando sotto forma di fiaba la vita di alcuni italiani “meritevoli”, da qui il nome Fairitales: una crasi di fairy tales tenuto insieme da quell’ “it” che fa tanto Italia. Io ero a capo del progetto, poi, però, dopo solo una fiaba raccontata, mi ammalai più gravemente e di quella decina di coraggiosi restammo in tre. Il progetto terminò lì, noi tre diventammo un gruppo artistico, ma prendemmo quel nome, Fairitales, che per noi tre, ora quattro, diventò un sinonimo di “non mollare mai”! Ora lo vestiamo con l’orgoglio dell’ #insiemesipuò di cui parlo sempre».

Ami la scrittura come ami anche la fotografia. Da dove nascono tutte queste passioni e come le hai/le stai coltivando?

«La fotografia nasce dalla mia tenacia e dalla mia voglia di non mollare mai davanti alle difficoltà. Tra i ragazzi persi per strada di cui ti parlavo c’era un’illustratrice bravissima che purtroppo ha deciso di prendere altre strade, così a un certo punto mi sono ritrovato nella necessità di illustrare rapidamente delle fiabe e non avevo tempo né energie per trovare qualcun altro. Allora, ho pensato a come superare anche questo ostacolo e guardando qualche scatto fotografico che avevo fatto poco qualche settimana prima nelle mie campagne ci vidi immediatamente un’ambientazione perfetta dove far muovere i personaggi delle mie fiabe. Da quel momento e da tanto studio successivo è nato il mio stile di illustrazione fotografica. Descriviti in tre aggettivi. «Solare, visionario, folle».

Dai un consiglio a tutti i giovani che stanno affrontando la vita, il proprio futuro e che stanno cercando di realizzare i propri sogni.

«Non mollare mai quei sogni. Bisogna crederci sempre, ma non stare con le mani in mano sperando che i successi ci piovano giù dal cielo. Al contrario, dobbiamo lavorare sodo e anche se le porte in faccia ci faranno soffrire non dobbiamo mai e poi mai permettere a qualcuno, ma soprattutto a noi stessi, di farci credere che non possiamo farcela».

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