Teatro amatoriale, inno all’amore e alla passione

di Luana Izzo*

Oggi la nostra rubrica ospita Enzo Fauci, brillante regista, attore, formatore nonché coordinatore provinciale Fita.

Che cos’è la Fita?

«Fita sta per Federazione Italiana Teatro Amatori. È una delle più importanti federazioni nazionali a sostegno del Teatro Amatoriale, certamente la più vasta per numero di affiliati. Dal punto di vista storico è senza dubbio la più longeva, di recente ha festeggiato i 70 anni di attività».

Quali sono i suoi compiti ed in che modo è di aiuto alle compagnie teatrali amatoriali?

«Sul sito ufficiale di Fita si legge testualmente che lo scopo della federazione è quello di “stimolare e sostenere la crescita morale, spirituale e culturale dell’uomo attraverso ogni espressione dello spettacolo realizzato con carattere di “amatorialità”. Fita promuove la diffusione dell’arte teatrale e dello spettacolo in ogni sua forma; nonché l’utilizzo, la gestione ed il recupero degli spazi teatrali e/o teatrabili”. Le attività della Fita sono di sostegno e di servizio alle attività di ogni associazione affiliata: abbiamo corsi di preparazione e di aggiornamento rivolti agli attori e ai registi, eventi di carattere accademico che investono l’intera dimensione dello spettacolo teatrale, concorsi e riconoscimenti rivolti sia agli operatori del teatro amatoriale che agli autori».

Amatoriale è sinonimo di scarsa qualità?

«Assolutamente no. Il termine “amatoriale” definisce il teatro fatto da chi lo ama e lo sceglie come passatempo o come passione da coltivare nel tempo libero. Non c’entra alcunché con la qualità: anche il teatro fatto dai “professionisti”, cioè quelli che scelgono di far diventare l’attività teatrale la propria professione, può essere qualitativamente buono o scadente».

Qual è il ruolo del teatro a livello sociale ed educativo?

«E’ enorme. È innegabile che quando il teatro è esercitato in un contesto umano sano, con strumenti adeguati, con continuità, delineando percorsi efficaci di crescita, forma la persona come poche altre discipline lo permettono. Ma soprattutto forma la persona dal punto di vista pedagogico e relazionale: educa non solo al miglioramento di sé stessi, ma mira al potenziamento della qualità delle relazioni, il che significa rispetto, reciprocità, bontà della propria capacità critica, altruismo. E non meno importante è la capacità “terapeutica” più volte riconosciuta, soprattutto a livello scientifico e psicologico: il teatro fa bene perché valorizza la capacità espressiva di ognuno di noi, spesso latente perché non stimolata o, ancor di più, non conosciuta o negata».

Il laboratorio teatrale, la formazione, è necessaria anche a livello amatoriale?

«Per tutto quanto fin qui detto, è mia opinione che sia non solo necessaria, ma indispensabile, ineludibile. Faccio due premesse. La prima è che tanto bel teatro si può fare anche senza formazione specifica o attività laboratoriali adeguate, spesso gli “amatoriali” non hanno tempo a sufficienza per preparare spettacoli e, al tempo stesso, frequentare percorsi formativi, spesso onerosi anche dal punto di vista economico: tuttavia la crescita diventa più lenta e le potenzialità dell’arte teatrale, di cui ho parlato in precedenza, potrebbero non esprimersi sufficientemente ed in maniera continuativa. La seconda premessa è che personalmente non impazzisco per i laboratori amatoriali che hanno la presunzione di insegnare a recitare indottrinando sul fatto che il teatro o lo si fa a buon livello o non è, e che fanno magari leva esclusiva sulle “regole” e sui cliché. Questo stile laboratoriale, pur ricorrente ed assolutamente legittimo, nel contesto “amatoriale” non è sempre aggregativo ed includente, piuttosto rischia di essere selettivo, discriminante. Al contrario, la formazione nel teatro amatoriale deve essere capace di aiutare, attraverso il sapiente utilizzo di metodologie specifiche ed adeguate, a rendere esplosive ed efficaci tutte le potenzialità dell’arte teatrale in ognuno di noi. L’attore amatoriale, in definitiva, vuole recitare e sperimentare l’emozione impareggiabile che questo comporta. E vuole essere aiutato perché questo desiderio si realizzi, vuole misurare i progressi e sperimentare i miglioramenti e i benefici. Vuole essere aiutato a scoprire che il teatro lo ha migliorato come persona, e attraverso questo come attore. Perché con il teatro vuole continuare a divertirsi e a divertire».

Come è cambiato il teatro nel tempo e quali sono oggi gli obiettivi prossimi di sviluppo?

«Non so se il teatro sia cambiato nel tempo… Anzi, spero non sia cambiato affatto o molto poco. Penso, al contrario, che il Teatro abbia allargato i suoi spazi operativi, ricercando nuove forme e modalità espressive, anche sperimentali, ma non smentendo mai la sua essenza. Perché se è vero che il Teatro rappresenta sempre di più, sebbene in maniera simbolica, le nostre paure, i nostri interrogativi, le nostre gioie, i nostri smarrimenti, è perché la sua forza è nella sua storia, nel suo dato costitutivo ed originario, nel suo essere storicamente il luogo della parola e dell’ascolto, del vissuto, delle esperienze, del confronto: in definitiva, lo spazio intorno alla vita».

*Officina teatrale Primomito

 

 

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