Quei sogni dati in pasto ai molluschi

di Vincenzo Benvenuto

Mi chiamo Maruzziello. Sono una lumaca di mare. Sì, proprio uno di quei molluschi in cui vi piace infilzare lo stuzzicadenti per estrarne la polpa sfuggente. Sono originario di Salerno. Nello specifico, del porticciolo di Pastena. In Campania tutti noi ci chiamiamo maruzzielli ma qui, in questo lontano lembo di mare in cui sono giunto a cercar fortuna, di Maruzziello ci sono solo io. Avremmo sì dovuto essere in due a emigrare ma poi, all’ultimo minuto, non ti viene il maruzziello di turno a farti la sola?

Il fatto è che ci sono dei maruzzielli, come il mio compaesano Tortiglione, che pur fiutando l’occasione per ingrassarsi come un budda, non ce la fanno proprio a lasciare il fazzoletto di mare in cui sono nati. Peggio per loro: si accontenteranno delle spoglie del solito camorrista incaprettato e buttato a mare così in voga dalle nostre parti. Io invece, da quando ho deciso di emigrare, ho trovato il mio Eldorado: non passano trenta carrette del mare che almeno una, in tutto o in parte, non decida di far felice il palato di Maruzziello con il suo tributo di carne umana ruspante e succulenta. Io, prima di mettermi all’opera, mi limito a godermi lo spettacolo.

E sì perché una cosa è vedere annegare un uomo vigoroso, che prima di affogare si agita nello strenuo tentativo di ribellarsi all’elemento estraneo pronto a sopraffarlo; tutt’altra cosa, invece, è assistere alla flebile resistenza all’acqua delle donne incinte e dei piccoli denutriti. Io, Maruzziello sto qui, aspettando la porzione di carne che puntualmente si offrirà indolente alla mia opera distruttrice. Inizio, difatti, con col mangiucchiarne gli occhi, così molli e «callosi». Nello specifico, prima ne succhio la patina gelatinosa che ricopre le pupille, poi raschio ogni singolo velo che avvolge il bulbo oculare. Infine, dopo un lavoro meticoloso di cesello e sagomatura, provvedo a scarnificare le orbite ormai vuote e silenti. Si badi bene, però: la mia felicità non è dovuta solo alla frequenza dei pasti.

La soddisfazione più grande, sta proprio nel fatto che non da semplici esseri umani il cibo è costituito, ma proprio da extracomunitari. Qual è la differenza? Incommensurabile. Per intenderci, la stessa che passa tra un pollo allevato in gabbia flaccido, indolente, contaminato dai compromessi con la farmaceutica e uno ruspante, cresciuto allo stato brado, forgiato dalla selezione naturale. Non è chiaro ancora il termine di paragone? E allora, il sempre vostro Maruzziello, v’invita a pensare agli occhi succitati: quelli dei disperati sui barconi hanno, incastonato nella loro pupilla zuccherina, il miele del sogno. Gli occhi degli esseri umani stanziali invece, il retrogusto acido dell’indifferenza.

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