Il popolo della naftalina

di Alessandro Rizzo

Avete presente quella frase che potremmo definire di “autoironia antropologica”, che rimbomba sui social, che accompagna frequentemente le fotografie più stravaganti del genere umano e che recita “meritiamo l’estinzione”? Ecco, quella frase non ha alcun fondamento. Tra gli esseri viventi che popolano questo maltrattato pianeta, l’uomo è uno dei pochi che non si estinguerà mai. Si sono estinti i dinosauri, ma l’uomo no. L’uomo si è evoluto addirittura! Facendo terra bruciata attorno a sé, ma si è evoluto. La forza dell’uomo è l’abitudine, questo malsano attaccamento allo status quo.

In questi giorni ne abbiamo vissuto un esempio raccapricciante. Torniamo un istante alla figura di Greta Thunberg, una sedicenne divenuta simbolo di un movimento in difesa della Terra, proposta addirittura per il Nobel. L’avrete vista tutti, con un visino che mette sicurezza. Sarà la sindrome di Asperger, sarà il viso tondo, gli occhi vispi, ma a me ispira tanta tenerezza e vederla con quel giubbetto giallo mia scalda il cuore.

Adesso invece osservate con attenzione chi sono quelli che le si sono scagliati contro: Rita Pavone, Giuliano Ferrara, Giampiero Mughini e Maria Giovanna Maglie. Devo confessare che a me non è ancora chiaro quale utilità questi signori abbiano per il genere umano. Da una settimana mi interrogo su quale contributi diano e su che eredità lasceranno al mondo questi signori e da una settimana, ahimè, non trovo la risposta.

Greta sì, invece. Greta un’utilità ce l’ha. Dà un insegnamento a tutti. Il messaggio non è, banalmente, che dobbiamo salvare la Terra, ma che la forza del mondo sono loro, i giovani.

Gli altri, invece, e tra questi anche io, la Terra l’abbiamo consumata in danno dei nostri figli. La verità l’ha detta Crozza da Fazio: i sedicenni li chiamiamo rimbambiti quando stanno con la testa negli smartphone, ma poi desideriamo “investirli con l’auto” quando ci accorgiamo che hanno idee migliori delle nostre.

Sinceramente non sono arrivato ad interrogarmi su quali programmi gli adolescenti abbiano per salvare il pianeta, su quale sia il loro pensiero in ordine alle soluzioni. Ho preferito commuovermi di fronte a tanta coscienza, ho preferito sognare che c’è ancora una speranza, ho ritenuto più opportuno sentirmi in colpa per quello che avrei potuto fare e non ho fatto.

Ci terrorizzano i cambiamenti e così ci evolviamo.

Saltando di palo in frasca, guardiamo al Pd. Da un lato mi rasserena che una delle principali forze politiche del Paese abbia ritrovato una guida, con una percentuale peraltro molto significativa. Mi rasserena l’approccio maturo del governatore De Luca, che dopo aver parteggiato per Martina, confida nella capacità di Zingaretti di fare coesione. Mi spaventa un po’ invece la scelta che il nuovo segretario ha fatto per le figure chiave nella gestione del partito. Ha detto “cambiamo tutto” con Gentiloni presidente, Zanda tesoriere, apertura a Prodi e Bersani. Qualcosa non quadra. Sia chiaro, il mio non è un giudizio sulle capacità e sull’autorevolezza di questi signori. Bersani a me è sempre piaciuto, capace, preparato, onesto. Però, dopo aver seguito la vicenda di Greta Thunberg, mi ero illuso, speravo di vedere il coinvolgimento dei venticinquenni.

Così mi sono interrogato su quale sia il motivo che ci porta a guardare con sospetto ai giovani e a difendere le posizioni conquistate anche arrivando a mortificare le generazioni successive e ho capito che, in fondo, l’Italia è un Paese nel quale i risultati individuali si raggiungono mediamente tardi. Ci si realizza tardi e quando si conquista una posizione, non si accetta che qualcuno possa minare le nostre sicurezze così faticosamente raggiunte.

Non siamo destinati all’estinzione, ma siamo molto prossimi al fallimento, insomma.

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