Mimmo, il garbato ingegnere «La nostra fu impresa impossibile»

di Marta Naddei

E’ stato uno dei decani dell’amministrazione targata Vincenzo De Luca: dieci anni trascorsi tra i banchi della maggioranza in Consiglio comunale, dal 2006 al 2016. Mimmo Galdi, tre anni fa, ha passato il testimone al figlio Rocco che, oggi, occupa uno scranno a Palazzo di Città.

Garbato, puntuale e anche critico nelle sue osservazioni nelle vesti di presidente della commissione consiliare Urbanistica, l’ingegnere Domenico Galdi, da tutti conosciuto come Mimmo, ha alle spalle una lunga storia politica e oggi guarda ancora con interesse a ciò che accade nei corridoi di Palazzo Guerra.

Da ex consigliere comunale come guarda il Palazzo oggi?

«Essendo il papà di un consigliere in carica, guardo al palazzo con molto interesse. Mi rammarico che a volte non venga evidenziata dai media la difficoltà che si incontra ad amministrare una città del Mezzogiorno, con la scarsezza dei mezzi economici a disposizione. Quando si fanno i paragoni con altre città della stessa grandezza del Nord Italia si omette dal dire che le risorse finanziarie, in tali città, sono maggiori. Il solo fatto che i cittadini del nord hanno mediamente redditi superiori significa che pagano più tasse ai loro comuni, che quindi possono offrire servizi in quantità e qualità maggiori».

Tra ieri ed oggi, quali differenze politiche ed istituzionali ravvisa?

«Nelle due consiliature alle quali ho partecipato ho avuto la fortuna di avere un sindaco come De Luca che era molto rispettato e, forse, temuto sia a livello nazionale che regionale, il che ha significato spazi di manovra maggiori. Anche quando a livello nazionale governava il centrodestra, la nostra amministrazione veniva rispettata. All’attuale sindaco Vincenzo Napoli manca il peso politico che aveva De Luca».

Quali iniziative ha condiviso e quali no dell’amministrazione comunale?

«Di massima ho condiviso tutte le iniziative dell’attuale amministrazione. Avrei voluto però un maggiore impegno sul tema della pulizia delle strade e sulle piccole manutenzioni. Avessi il potere, organizzerei una squadra di tre operai edili per le piccole riparazioni delle pavimentazioni dei marciapiedi, delle buche stradali, delle aiuole».

A livello nazionale come si colloca? A livello regionale?

«Mi sento di centrosinistra; ho iniziato nel 1968 col movimento studentesco dell’Avogadro, ho continuato col collettivo politico del Politecnico di Napoli, ho aderito al Psi di Bettino Craxi, oggi sono iscritto al Pd dalla sua fondazione. Ritengo però che il mio partito non abbia dato il dovuto appoggio alle politiche sull’immigrazione portate avanti da Marco Minniti. Questo ha dato luogo ad una frana elettorale che i vari politologi non hanno sottolineato abbastanza. La controprova è data dal successo della Lega che non ha fatto nulla se non continuare la politica di Minniti».

Sente i suoi ex colleghi, con chi ha legato di più?

«Quando capita, mi sento con qualche collega, facciamo qualche riflessione e resta un ottimo rapporto con tutti, soprattutto con quelli del 2006, nel ricordo di un impresa che  ancora oggi sembra impossibile. La vittoria contro tutti, grazie a Vincenzo De Luca, che sarà  ricordata per sempre. Per capirci, oggi i Cinque Stelle ammettono che per vincere nelle amministrative bisogna avere più liste. Noi vincemmo con due liste, di cui una formata all’ultimo momento anche per consentire la mia candidatura. Infatti, l’ultimo giorno utile, dopo aver partecipato al summit del centrosinistra in via Dei Principati, nella sede della Margherita, abbandonai i socialisti perché non volevano appoggiare De Luca, così come aveva richiesto Bassolino».

C’è qualche aneddoto che ricorda con piacere?

«Ricordo che una sera, ad una delle cene periodiche di tutti i consiglieri di maggioranza con De Luca, ebbi, tra una portata e l’altra, un confronto con Vincenzo, il quale, analizzando la situazione politica del momento, si rammaricava che l’Italia non avesse mai avuto una destra europea, con leader del livello di De Gaulle, Adenauer, Schumann. Al momento confutai quella riflessione. Oggi debbo convenire che aveva ragione. L’assenza storica di una destra europea in Italia, ha fatto sì che oggi una destra antieuropea si sia affermata nel nostro Paese e ci sta portando ad un isolamento che non promette nulla di buono».

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